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Una riflessione della scrittrice italiana Natalia Ginzburg sul Crocifisso

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Natalia Ginzburg e il Crocifisso

di Vito Castiglione Minischetti 

Una riflessione della scrittrice italiana Natalia Ginzburg (1916-1991) sul Crocifisso, pubblicata su l’Unità (organo ufficiale del Partito Comunista Italiano) nel 1988, che merita tuttora attenzione. Ginzburg era ebrea e atea. E proprio per questo le sue parole acquistano una forza particolare: non difende il Crocifisso in nome della fede, ma come simbolo della storia, del dolore umano, del sacrificio e soprattutto della fraternità.

Il Crocifisso, nella sua lettura, non appartiene soltanto ai credenti: rappresenta tutti coloro che hanno conosciuto il tradimento, la sofferenza, la solitudine e il sacrificio per gli altri.

Un testo di quasi quarant’anni fa. Eppure, ancora oggi, capace di porre una domanda essenziale: possiamo riconoscere il valore universale di un simbolo anche quando non ne condividiamo la fede?

                                                                                                                                V. C. M.
_____________________________________________________


«Quella croce rappresenta tutti
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
Tace. 
È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. 
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. 
Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? 
Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. 
O vogliamo forse smettere di dire così? 
Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. 
È muto e silenzioso. 
C’è stato sempre. 
Per i cattolici, è un simbolo religioso. 
Per altri, può essere niente, una parte del muro. 
[...]
Il crocifisso è il segno del dolore umano. 
La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. 
La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. 
Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. 
Il crocifisso fa parte della storia del mondo. 
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. 
Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. 
Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea del prossimo. 
Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. 
È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. 
Come mai li rappresenta tutti? 
Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. 
E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. 
A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. 
Gesù Cristo ha portato la croce. 
A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. 
A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. 
Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. 
Questo dice il crocifisso. 
Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. 
Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. 
Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. 
Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. 
Sono la chiave di tutto. 
Sono il contrario di tutte le guerre. 
Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. 
Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? 
Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. 
Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. 
Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. 
Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. 
Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? 
In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. 
Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. 
Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. 
[...]
Il crocifisso fa parte della storia del mondo. 
I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. 
Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. 
Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. 
Soffrono di cose di cui nessuno soffre. 
Amano magari il crocifisso e non sanno perché. 
Amano vederlo sulla parete. 
Certe volte non credono a nulla. 
È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri”.

Natalia Ginzburg»

 

Commenti  

 
+1 # Cittadino 2026-09-12 20:03
Si dovrebbero evitare inutili e incivili spari e fare riflessioni.
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+1 # Checco 2026-09-12 15:33
Parole giuste. Un plauso alla scrittrice e a chi le ha pubblicate.
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