4 novembre, la memoria dei morti non può diventare stanca retorica
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- Pubblicato Sabato, 07 Novembre 2026 18:39
- Scritto da Franco Larizza
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di Franco Larizza
Corone d'alloro, cortei, autorità civili e militari, scolaresche. Anche quest'anno Rutigliano ha celebrato il 4 novembre. Ma chi ricorda davvero il perché di quelle vittime di guerra? E quale responsabilità hanno le amministrazioni comunali nel perpetuare una retorica che sembra aver dimenticato la tragedia?
Seicentocinquantamila morti. Oltre un milione di feriti, centinaia di migliaia di mutilati e invalidi permanenti. Un'intera generazione sacrificata.
È questo il bilancio, per l'Italia, della Prima guerra mondiale, conclusasi sul fronte italiano il 4 novembre 1918 con l'entrata in vigore dell'armistizio di Villa Giusti.
Una delle più grandi carneficine del Novecento. Milioni di giovani europei mandati a morire nelle trincee, sulle montagne, nei campi di battaglia, in nome di interessi territoriali, economici e politici che spesso neppure comprendevano.
Contadini, braccianti, operai, studenti. Ragazzi strappati alle proprie famiglie, costretti a vivere nel fango, nel freddo, nella paura, sotto il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici. Molti non tornarono. Altri tornarono senza un braccio, senza una gamba, senza la vista, oppure con ferite psicologiche destinate ad accompagnarli per tutta la vita.
Di fronte a una tragedia di queste proporzioni, verrebbe naturale pensare al 4 novembre come a una giornata di lutto, di raccoglimento, di riflessione sulle responsabilità della guerra.
E invece, paradossalmente, ne abbiamo fatto la festa delle Forze armate.
Anche quest'anno, a Rutigliano, abbiamo assistito al consueto cerimoniale: corone d'alloro, cortei, autorità civili e militari, intere scolaresche accompagnate fino al cimitero. La solennità delle occasioni ufficiali, le rappresentanze istituzionali, gli immancabili richiami alla pace e al sacrificio.
Tutto secondo tradizione.
Ma proprio questa tradizione meriterebbe finalmente di essere messa in discussione.
Perché una tragedia nazionale deve essere ricordata attraverso una celebrazione stanca e piena di parole retoriche? Perché la fine di una guerra deve diventare l'occasione per esaltare le istituzioni armate? E soprattutto, quale messaggio stiamo trasmettendo alle nuove generazioni?
Non è la prima volta che una ricorrenza nata dalla sofferenza e dalla lotta viene progressivamente svuotata del significato che dovrebbe davvero ispirarla.
È accaduto con l'8 marzo, spesso ridotto a una festa di mimose e auguri, dimenticando la lunga storia delle battaglie delle donne per l'emancipazione. È accaduto con il Primo maggio, giornata delle lotte operaie, troppo spesso trasformata in una generica occasione festiva.
Ma il 4 novembre presenta una contraddizione ancora più profonda: si ricorda la fine di una guerra celebrando proprio lo strumento attraverso il quale le guerre vengono combattute.
Naturalmente, le Forze armate svolgono anche compiti di difesa, soccorso e protezione delle popolazioni. Nessuno intende negarlo, né mettere in discussione la dignità delle persone che vi prestano servizio.
Ma altra cosa è trasformare la memoria delle vittime in una celebrazione dell'istituzione militare.
Gli eserciti sono strumenti della politica. Non decidono necessariamente le guerre, ma sono organizzati per combatterle. E la storia ci insegna quanto spesso il linguaggio della difesa, dell'onore nazionale e persino della pace sia stato utilizzato per giustificare il ricorso alle armi.
La Prima guerra mondiale ne rappresenta un esempio drammatico.
L'Italia entrò nel conflitto il 24 maggio 1915, dopo mesi di durissimi contrasti politici e sociali. Una parte significativa del Paese era contraria all'intervento. Eppure, la monarchia, il governo e le forze interventiste trascinarono milioni di uomini in una guerra devastante.
Non tutti quei soldati furono gli eroi entusiasti raccontati dalla retorica patriottica. Molti ebbero paura, molti cercaronosemplicemente di sopravvivere, molti rifiutarono di combattere.
La disciplina militare fu durissima. Durante il conflitto, nell'esercito italiano furono eseguite 750 condanne a morte pronunciate dai tribunali militari, alle quali si aggiunsero esecuzioni sommarie e decimazioni.
Anche questi uomini appartengono alla nostra storia. Anche loro meriterebbero memoria.
Eppure, nelle cerimonie ufficiali, il sacrificio viene quasi sempre rappresentato come un gesto eroico e volontario, anziché anche come il risultato di una terribile costrizione.
La responsabilità delle
amministrazioni comunali
È proprio qui che emerge una responsabilità che non può essere elusa: quella delle amministrazioni comunali.
Perché, se è comprensibile che le istituzioni militari celebrino la propria storia e il proprio ruolo, è assai meno comprensibile che le amministrazioni civili si limitino a riprodurne acriticamente il cerimoniale, rinunciando a proporre una lettura autonoma, civile e storicamente consapevole della ricorrenza.
Un Comune non è una caserma. Un sindaco non è un comandante militare. E una comunità cittadina non dovrebbe essere chiamata a partecipare a una rappresentazione della storia nella quale il patriottismo sembra trovare la propria espressione privilegiata nelle uniformi, nelle bandiere e negli schieramenti.
Le amministrazioni locali hanno una responsabilità culturale ed educativa che va ben oltre la deposizione di una corona d'alloro.
Sono istituzioni democratiche, rappresentano l'intera cittadinanza e dovrebbero contribuire a sviluppare una coscienza
critica, non limitarsi a ripetere formule e rituali ereditati dal passato.
E invece, anno dopo anno, assistiamo alla stessa rappresentazione.
Il sindaco, le autorità, i rappresentanti delle istituzioni, le fotografie ufficiali, i discorsi solenni. Tutto sembra organizzato per confermare la centralità delle cariche pubbliche, più che per interrogarsi sul significato profondo di ciò che si sta commemorando.
La memoria dei morti finisce così per diventare lo sfondo di una cerimonia nella quale i vivi, soprattutto quelli che ricoprono incarichi istituzionali, occupano immancabilmente il centro della scena.
È una forma di protagonismo che trovo particolarmente fuori luogo davanti a una tragedia di quelle proporzioni.
Non chiedo al sindaco di non deporre una corona d'alloro. Chiedo che, nel deporla, ricordi ai ragazzi che quei morti non furono soltanto eroi della patria, ma anche vittime di una guerra che la politica avrebbe potuto evitare.
Chiedo che si abbia il coraggio di ricordare che la guerra non fu una calamità naturale, ma il risultato di decisioni politiche precise.
Chiedo che, accanto all'omaggio ai caduti, venga riconosciuta la responsabilità di chi li mandò a morire.
E chiedo soprattutto perché, in un Paese la cui Costituzione ripudia la guerra, le amministrazioni comunali continuino a considerare del tutto naturale celebrare le Forze armate senza dedicare uno spazio altrettanto importante alla cultura della pace, al disarmo, alla diplomazia e alla soluzione non violenta dei conflitti.
Non basta pronunciare la parola pace in un discorso ufficiale per fare educazione alla pace.
Anzi, quando quella parola viene ripetuta all'interno di un cerimoniale prevalentemente militare, senza alcuna riflessione critica sulla guerra, rischia di diventare una formula di circostanza, buona per tutte le occasioni e proprio per questo priva di autentico significato.
Le scolaresche non sono comparse
delle cerimonie istituzionali
C'è poi un aspetto che considero ancora più preoccupante: il coinvolgimento delle scuole.
Vedere intere scolaresche accompagnate in corteo, dietro le autorità civili e militari, dovrebbe indurci a una riflessione seria.
È certamente giusto che i ragazzi conoscano la storia del proprio Paese, che rispettino la memoria dei caduti e comprendano il significato delle ricorrenze nazionali.
Ma la scuola non dovrebbe essere chiamata a fornire il pubblico, e tanto meno la scenografia, delle celebrazioni istituzionali.
I bambini e gli adolescenti non sono comparse da schierare dietro un corteo di autorità. Sono cittadini in formazione, ai quali dobbiamo offrire strumenti per comprendere, interrogare e, quando necessario, mettere in discussione la storia.
Quale valore educativo ha accompagnare una scolaresca davanti a un monumento, se quella partecipazione non è preceduta e seguita da un serio lavoro di approfondimento storico?
Quanti ragazzi conoscono davvero le condizioni di vita nelle trincee? Quanti sanno cosa furono le decimazioni, le diserzioni, le fucilazioni? Quanti conoscono le ragioni dell'intervento italiano e il dibattito che divise il Paese?
Quanti sanno che milioni di giovani europei, spesso appartenenti alle stesse classi sociali, furono mandati a uccidersi reciprocamente per decisioni prese da governi e monarchie?
E soprattutto, quanti vengono incoraggiati a chiedersi se quelle morti fossero davvero inevitabili?
Un'amministrazione comunale che intenda svolgere seriamente il proprio ruolo educativo potrebbe organizzare incontri con storici, letture di lettere dal fronte, mostre documentarie, proiezioni, dibattiti sulla pace.
Potrebbe recuperare le storie dei giovani di Rutigliano partiti per la guerra, ricostruirne le condizioni familiari e sociali, restituire loro un volto, una voce, una vita.
Potrebbe coinvolgere le scuole in un percorso di ricerca e di conoscenza, anziché limitarsi a invitarle a una manifestazione già confezionata.
Sarebbe una commemorazione forse meno appariscente, meno adatta alle fotografie di rito, ma certamente più rispettosa della memoria e più utile alla formazione dei giovani.
Perché il compito della scuola non è insegnare a marciare dietro le autorità, ma imparare a pensare con la propria testa.
Una Repubblica che ripudia la guerra
La nostra Costituzione, nata dalla tragedia delle guerre mondiali e dalla lotta contro il fascismo, afferma all'articolo 11:
«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
È uno dei principi fondamentali della Repubblica.
Non un generico auspicio, non una frase di circostanza, ma una scelta di civiltà compiuta da una generazione che aveva conosciuto direttamente gli orrori della guerra.
Naturalmente, la Costituzione riconosce anche il dovere della difesa della patria. Ma proprio questa distinzione dovrebbe impedire di confondere la difesa con la glorificazione dello strumento militare, il rispetto dei soldati con l'esaltazione della guerra, l'amore per il proprio Paese con la retorica delle armi.
Oggi, mentre nel mondo continuano guerre devastanti, bombardamenti, massacri di civili e una crescente corsa agli armamenti, questa riflessione appare ancora più necessaria.
E invece assistiamo a un paradosso: nelle piazze si parla di pace, mentre il linguaggio pubblico sembra abituarsi sempre più alla guerra come prospettiva inevitabile, quasi naturale.
Proprio per questo le amministrazioni comunali dovrebbero assumersi una responsabilità maggiore.
Non sono chiamate a risolvere i conflitti internazionali, naturalmente. Ma possono scegliere quali valori promuovere, quali messaggi trasmettere e quale cultura contribuire a costruire nelle proprie comunità.
Possono scegliere se limitarsi a celebrare le istituzioni armate oppure trasformare il ricordo della guerra in un'occasione di educazione alla pace.
Possono scegliere se perpetuare la retorica del sacrificio oppure interrogarsi sulle responsabilità che resero necessario quel sacrificio.
Non è una questione di protocollo. È una scelta politica e culturale.
Restituire il 4 novembre alle vittime della guerra
Non sostengo che il 4 novembre debba essere dimenticato. Al contrario.
Credo che sia necessario ricordarlo con maggiore profondità, con maggiore consapevolezza e, soprattutto, con maggiore rispetto per la verità storica.
Ma ricordare non significa celebrare. E commemorare i caduti non significa necessariamente rendere omaggio alle istituzioni militari.
Si può rispettare profondamente un ragazzo morto sul Carso senza condividere le ragioni della guerra che lo ha ucciso.
Si può onorare un soldato senza glorificare la guerra.
Si può amare il proprio Paese senza ritenere che le armi ne rappresentino i valori più alti.
Mi piacerebbe che un giorno, anche a Rutigliano, il 4 novembre fosse diverso.
Che diventasse una giornata dedicata innanzitutto alle vittime della guerra, a tutte le vittime, militari e civili.
Che le scuole fossero protagoniste di un percorso di conoscenza, non semplici partecipanti a un corteo.
Che le amministrazioni comunali trovassero il coraggio di abbandonare almeno una parte della retorica celebrativa, sostituendola con una riflessione autentica sulle cause e sulle conseguenze delle guerre.
Che, davanti ai monumenti ai caduti, non ci si limitasse a pronunciare parole solenni o deporre corone di alloro, ma si avesse il coraggio di porre domande scomode.
Perché morirono tutti quei giovani? Chi decise di mandarli al fronte? Quali interessi furono difesi? Che cosa abbiamo imparato da quella immensa tragedia?
E soprattutto: che cosa stiamo facendo, oggi, perché non accada ancora?
Seicentocinquantamila morti non chiedono parate, né fotografie ufficiali, né discorsi di circostanza.
Chiedono memoria, verità e la volontà di non ripetere gli stessi errori.
Il rispetto per quei morti si misura anche dal coraggio di mettere in discussione le ragioni che li portarono alla morte.
È questo il compito che vorrei vedere assumere alle nostre istituzioni, a cominciare da quelle comunali.
Perché il 4 novembre dovrebbe essere soprattutto il giorno in cui ricordiamo che la guerra non è una festa, non è una gloria, non è un destino inevitabile.
È una delle più grandi sconfitte dell'umanità.
E la pace non si celebra sfilando dietro le bandiere. Si costruisce educando le coscienze.




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