Climate change e geopolitica

CLIMATE-CHANGE


Dott. Giangrazio Palumbo

Questi due termini, apparentemente agli antipodi, sono perfettamente correlati tra loro e rappresentano due facce della stessa medaglia: l’oligarchia neoliberista economica e finanziaria, un gruppo ristretto di famiglie che detengono la sovranità monetaria e finanziaria, attraverso la quale, con metodi prettamente spregiudicati, pretendono di dominare l’uomo e la Terra. Corrompono governi, provocano regime change di governi legittimi attraverso strutture paramilitari sovranazionali e guerre asimmetriche, con la finalità di instaurare regimi asserviti alla plutocrazia globalista.

Istituzioni sovranazionali come il WEF di Davos e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ma soprattutto i grandi istituti finanziari e la City di Londra, sono gli epicentri dove vengono decise e programmate tutte le politiche economiche e finanziarie del globo terrestre, cioè la geopolitica. Si tratta di un termine abbastanza recente e molto popolare che, secondo Wikipedia, cito, «manca ancora di una definizione univoca e condivisa».

La geopolitica si concentra sullo studio e sull’analisi delle correlazioni tra il potere politico-militare e lo spazio geografico. In definitiva, per «potere» si legga il complesso industriale-militare dell’Occidente, che anela a sottomettere le nazioni meno sviluppate, cosiddette del «Terzo Mondo», depredandone in maniera sconsiderata le risorse naturali e umane. Questo scenario appena descritto è il vecchio colonialismo del XVIII secolo, a cui si aggiunge il neoliberismo attuale che, con le stesse leggi predatorie, ha determinato uno squilibrio tra finanza speculativa e usuraia, detta capitalismo finanziario, ed economia reale.

In cifre, basti pensare che l’economia reale del mondo equivale a 100 trilioni di dollari, mentre la finanza speculativa e usuraia, che guadagna denaro sul denaro, equivale a circa 5.000 trilioni di dollari. Tutto questo equivale a uno sviluppo economico-industriale planetario non più geologicamente sostenibile: a una frenesia incontrollata e compulsiva del produrre manufatti e infrastrutture, incompatibile con il nostro ecosistema.

Pompiamo in atmosfera, in maniera incontrollata, grandissime quantità di energia e gas serra. Ciò si traduce nel fenomeno di cui tutti, questa estate, abbiamo sofferto: l’aumento considerevole della temperatura, sia atmosferica sia dei mari. Per sintetizzare il tutto, la globalizzazione è il dominio, sull’intero pianeta, di un’oligarchia finanziaria usuraia e spregiudicata, che fa capo alla City di Londra e alle banche offshore, illuminata dall’IA, l’intelligenza artificiale che il presidente americano definisce «superintelligenza».

La geopolitica è la scienza attraverso la quale gli oligarchi usurai decidono quali paesi sottomettere e depredare. Il climate change, cioè il cambiamento climatico, è il risultato finale: un segnale imponente che Madre Natura ci invia per avvisarci degli squilibri antropici in atto e di un’abnorme filosofia economico-finanziaria, non più sostenibile dal pianeta che ci ospita. Siamo diventati ospiti indesiderati.
Questo tipo di filosofia economica risale a circa 250 anni fa, da quando James Watt, nel 1769, ha perfezionato la macchina a vapore. Da allora le nazioni europee e occidentali, tecnologicamente più sviluppate, hanno dominato il Sud-est asiatico e il continente africano con politiche coloniali anche estremamente brutali nei confronti degli uomini e della terra, provocando a volte veri genocidi e un depauperamento della biodiversità. È quanto, ad esempio, accadde in India, tra il XVIII e il XIX secolo, sotto il controllo britannico della East India Company, con la coltivazione intensiva di oppio e cotone, che provocò, nell’attuale Bengala e in Bangladesh, siccità e carestie catastrofiche.

Un approccio storico, critico e razionale, così come ci insegna Tucidide, è essenziale per comprendere e far luce sulla realtà storica contemporanea e sui conflitti economici e sociali che viviamo. Quindi, il paradigma economico principale per i prossimi secoli è uno sviluppo sostenibile e circolare. Non ci può essere un PIL (prodotto interno lordo) in crescita infinita in un sistema ecologico, quello terrestre, con risorse finite.

Secondo Jeffrey Sachs, nato a Detroit il 5 novembre 1954, economista e saggista, già direttore dell’Earth Institute alla Columbia University e attualmente direttore del Center for Sustainable Development, ci attendono, nel nostro secolo — io direi millennio —, quattro rivoluzioni planetarie: geoeconomica, climatica, dell’IA e demografica.

Alla sfida geoeconomica, cioè alla nuova superiorità produttiva, industriale e tecnologica della Cina e del Sud-est asiatico, un’area forte di due miliardi di individui, noi europei dobbiamo rispondere con una nuova e rinnovata cultura umanistica, in cui l’uomo e la natura vengono posti al centro dell’universo.
Per affrontare la sfida climatica dobbiamo intraprendere politiche sociali ed economiche che includano un rispetto estremo, quasi religioso, del nostro territorio e un’economia sostenibile e circolare. Ogni abitante deve prendersi cura della propria «casa».

Sull’intelligenza artificiale, inoltre, si è fatto troppo clamore mediatico e si è alimentato troppo allarmismo. Sicuramente è un potentissimo strumento tecnologico e, come tale, insieme a tutte le altre scoperte e invenzioni umane, come l’energia nucleare, va usata con intelligenza e con un approccio etico. La tecnologia è un ausilio, non il fine. Non deve diventare un mezzo per creare un mondo orwelliano.

Infine, abbiamo il problema demografico, che non va letto in chiave catastrofica — attualmente gli abitanti della Terra, secondo le stime aggiornate al 2026, sono circa 8,3 miliardi di persone —, ma come una sfida di equità, sostenibilità e investimento sul capitale umano. Il problema non è solo il numero di persone in sé presenti sulla Terra, ma il binomio tra crescita demografica e aumento incontrollato dei consumi, specialmente nei paesi ricchi, che supera la capacità rigenerativa della Terra.
L’individuo non deve essere visto come consumatore e oggetto da sfruttare, ma come un’entità con diritti di per sé evidenti, come la libertà e la ricerca della felicità (cito la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776). Noi dobbiamo essere soprattutto un laboratorio di idee e di cultura della vita, cioè dell’etica. Molti filosofi si sono cimentati nella filosofia e nella dottrina dell’etica: Aristotele, Kant, Socrate, Nietzsche.

A noi basta seguire un insegnamento millenario, ampiamente collaudato: l’etica cristiana, basata sul rispetto dell’uomo e sull’amore universale, nella famiglia, nei rapporti sociali e con la natura, secondo quanto ci insegna san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorre l’VIII centenario della morte. È con questa profonda riflessione e con un messaggio di pace che umilmente desidero concludere questo articolo.


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