Il Lions Club Rutigliano chiama Antonio Lombardo a parlare di archeologia
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- Pubblicato Domenica, 08 Febbraio 2026 23:11
- Scritto da La Redazione
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di Gianni Nicastro
Rutigliano. Non voglio far passare senza accenno un interessante incontro che si è tenuto la settimana scorsa a Palazzo Settanni, organizzato dal locale Lions Club presieduto, nell’anno sociale in corso, dal dott. Pinuccio Renna. Un incontro sull’archeologia titolato «Il ritorno degli antenati: memorie ritrovate e identità restituite». Relatore il rutiglianese dott. Antonio Lombardo, menbro del CdA del MArTA (Museo Archeologico Nazionale di Taranto) e funzionario apicale della regione Puglia che si occupa di recupero e valorizzazione del patrimonio culturale.
L’incontro è cominciato con la rituale lettura del curriculum vitae dell’ospite relatore, momento officiato dal cerimoniere Rosella Cataldo, dopodiché ha introdotto il presidente pro tempore Pinuccio Renna che ha successivamente dato la parola all’ospite. 
Abbattere il castello o il cinema?
Lombardo ha parlato del “ritorno”, cioè del recupero dei beni archeologici trafugati, rubati alla collettività e ad essa restituiti attraverso le indagini e l’intervento dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Ha relazionato con l’ausilio di slide a tema proiettate di fronte a un pubblico -la sala era piena- attento e interessato. Ha parlato della sensibilità dei cittadini, piuttosto labile rispetto al patrimonio culturale del proprio territorio, facendo l’esempio di quello che è successo a Mola di Bari qualche anno fa circa un cinema che occultava lo storico castello medievale. «Ci fu una diatriba: se abbattere il castello per ampliare il cinema o se abbattere il cinema» ha ricordato. Per fortuna i molesi, alla fine, scelsero di abbattere quel cinema dall’orribile, piatta, architettura, e conservare uno straordinario bene culturale denso di storia antica. La cosa che più impressiona di quella vicenda è che i molesi si posero il problema della scelta, non che sin da subito avrebbe dovuto essere normale sacrificare quel cinema per far emergere il castello. Un esempio calzante e molto pratico per descrivere la scarsa sensibilità al proprio patrimonio storico, culturale e archeologico dilagante nei comuni. 
Il Museo e la comunità
Ma è stato il Museo l’oggetto principale della relazione di Antonio Lombardo. Il Museo come luogo depositario della storia archeologica e culturale delle comunità, che ne caratterizza finanche l’identità. «La sfida -ha detto- è sperimentare un approccio antropologico e partecipativo del Museo: ricostruire una coscienza di appartenenza, per generare nuove prospettive sociali e culturali, nuovi ponti verso il futuro». Guardare al futuro, dunque, attraverso le testimonianze oggettive del passato stratificate nel tempo e portate alla luce dagli scavi archeologici che oggi, purtroppo, non si fanno quasi più o, perlomeno, dalle nostre parti non se ne fanno da anni, dalla fine degli anni ’80. Gli ultimi due scavi a Rutigliano risalgono al 1987 fatti dalla Soprintendenza nell’area archeologica di Azetium, in contrada Castiello; hanno portato alla luce il tracciato in pietre di due abitazioni risalenti al IV-III secolo a. C.
La piramide: dai tombaroli ai Musei
Anche l’area di Castiello ha subìto, credo negli anni ’70 del secolo scorso, un furto di archeologia ad opera di tombaroli, hanno trafugato alcune tombe, i resti delle quali sono ancora oggi visibili.
Qui ci sta tutto il discorso sulla “restituzione” dei reperti perché è come restituire l’identità culturale alla comunità sul cui territorio sono presenti queste testimonianze del passato che, se non recuperate al patrimonio pubblico attraverso scavi sistematici, possono essere illegalmente intercettate e depredate.
Lombardo ha spiegato molto bene “La filiera del saccheggio archeologico”, “La grande Razzia”, con l’immagine di una piramide
alla base della quale ci sono i “Tombaroli”, un gradino più su i “mediatori locali”, poi i “trafficanti”, successivamente i “mercanti internazionali” e, all’apice, troviamo, sorprendentemente, i “musei”. Dai tombaroli, quindi, i reperti archeologici vanno a finire addirittura nei musei di tutto il mondo. E qui il relatore ha citato “due casi di restituzione a Taranto”, quelli di “Orfeo e le sirene” e quello di “Persefone (la Dea del trono)” la cui copia è esposta al Museo Archeologico di Taranto, l’originale all’Altes Museum di Berlino.
E’ stata rimarcata l’importanza della restituzione dei reperti al territorio cui appartengono, che avviene “tramite una mediazione culturale”, quando si trovano in un museo fuori Paese, perché restituire “in favore di comunità legate all’oggetto conteso genera relazioni”. Insomma, un excursus molto interessante che ha posto il pubblico di fronte ad un aspetto dell’archeologia su cui spesso non ci si sofferma abbastanza.
Il Museo e il progetto di gestione
C’è una frase detta dal relatore che mi ha particolarmente colpito quella sera e che, credo, si riferisse a Rutigliano: «La nostra storia archeologica, pian piano, sta perdendo le sue tracce». Ha ragione, ha tremendamente ragione. Ci sono decine di migliaia di reperti nei depositi della Soprintendenza a Tar
anto, frutto di quella grande stagione del ritrovamento della necropoli di contrada Purgatorio; circa 500 tombe i cui corredi funerari, nella gran parte, non sono mai stati esposti. Qui il concetto di “restituzione” calza a pennello, è di grande attualità, ma la restituzione può avvenire solo con l’istituzione di un vero Museo Civico Archeologico la cui premessa è l’allestimento di un progetto di gestione serio che preveda figure professionali come l’archeologo e l’antropologo, poi la sicurezza, il custode, la segreteria. Senza un simile piano di gestione, per il quale -credo- dovrebbero essere stanziati nel bilancio comunale dai 100 ai 150mila euro l’anno, quel patrimonio archeologico è difficile possa essere “restituito” alla comunità cui appartiene, a Rutigliano.
Poi c’è tutta la questione dei luoghi dell’archeologia soprattutto Azetium e Purgatorio le cui testimonianze possono essere “restituite” alla comunità e alla fruizione del pubblico, dei turisti, con l’istituzione di parchi archeologici nei quali prevedere, in un futuro spero non lontano, la ripresa degli scavi per far emergere le due città sepolte in quelle aree sottoposte a vincolo archeologico diretto e indiretto. E’ difficile? Certo che è difficile, ma non si può continuare a tacere, a non vedere quell’enorme patrimonio archeologico che è sotto il nostro territorio. Non è possibile continuare a non fare nulla, a non porsi il problema della valorizzazione di questo grande patrimonio culturale, che è mobile e immobile nella sua fisicità, ma dinamico e di grande slancio dal punto di vista del turismo e del suo indotto economico.




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