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Lettera a San Tito Brandsma O.C.D. deceduto nel lager di Dachau

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Titus-Brandsma

 


Sac. Pasquale Pirulli     

Indirizzo questa mia lettera alla tua cella nel capo di sterminio di Dachau, e l’appoggio sull’altare della cappella delle suore carmelitane di clausura che sorge ai margini dello stesso. Essa vuol essere prima di tutto un ricordo della tua esemplare testimonianza alla verità della fede cristiana e poi anche un tacito ringraziamento a quello che ho ricevuto dai tuoi confratelli carmelitani del convento di S. Martino ai Monti durante gli anni della mia formazione trascorsi a Roma.

Se ricordo bene fu in quegli anni (1955-1957) che ho sentito per la prima volta il tuo nome segnato dalla drammatica fine nel lager di Dachau, dove erano rinchiusi molti sacerdoti. Infatti nel periodo 25 maggio -28 giugno 1957 si svolse a Roma un Processo Rogatoriale per la tua Causa di Beatificazione. Veramente tutta l’umanità negli anni della dittatura del fascismo in Italia e del nazismo in Germania ha attraversato un tunnel oscuro e nei famigerati lager è stata umiliata la stessa umanità.
Giustamente papa S. Giovanni Paolo II durante la cerimonia della tua beatificazione il 3 novembre 1985 ricordava che tu “sei passato attraverso il tormento del campo di concentramento, quello di Dachau” come uno dei <<giusti che sono nelle mani di Dio anche se agli occhi degli uomini subiscono tormenti>>. A suo parere:<< I campi di concentramento sono stati organizzati secondo il programma del disprezzo dell’uomo, secondo il programma dell’odio>> e tu <<in questa prova sei uscito vincitore, perché in mezzo all’imperversare dell’odio, hai saputo amare; tutti anche i tuoi aguzzini: “Sono anch’essi figli del buon Dio, e chi sa se qualche cosa rimane in loro…”>>.
Nella gioia commossa della tua canonizzazione celebrata il 15 maggio 2022 da papa Francesco é quanto mai  opportuno ripercorrere le tappe della tua vita.

Nasci il 23 febbraio 1881 da Tito Brandsma e Tjitsje Postma nella fattoria di Oegeldooster, presso Bolsward nei Paesi Bassi, e ti viene dato il nome di Anno Sjoerd. Una famiglia numerosa la tua con un altro fratello e quattro sorelle, delle quali solo una si sposerà.  Non potrai mai dimenticare le allegre serate trascorse in famiglia quando il papà insegnava musica e canto e guidava i primi passi dei figli nella polka e nella mazurka.  Il tuo papà si impegnò anche nell’organizzazione sindacale delle cooperative dei caseifici e nella politica locale.

Tra il 1892 e il 1898 frequenti il ginnasio dei frati Francescani a Magen. La tua richiesta di essere seguace di San Francesco d’Assisi non viene accolta per la tua fragile salute, che aveva superato una grave infezione intestinale. Ti rivolgi allora ai frati carmelitani i quali il 22 settembre 1898 ti accettano nel noviziato di Boxmeer. Al termine dell’anno di noviziato emetti la professione religiosa il 3 ottobre 1899 con il nome di Titus. Ai tuoi cari racconti la tua vita religiosa nella comunità  di Boxmeer, ricca di 39 religiosi, che trascorri in preghiera, studio, silenzio e solitudine <<Sono molto felice ora>>. Proprio durante il noviziato ti confronti con la traduzione degli “Scritti scelti delle opere di Santa Teresa” che poi pubblichi con il titolo di <<Florilegio delle opere di S. Teresa>> (1901). Con i tuoi compagni di noviziato  avvii la pubblicazione di un bollettino di informazione della vita carmelitana. Sono le prime avvisaglie dei tuoi interessi per la mistica carmelitana e la responsabilità cristiana per la giustizia sociale e il tuo apprendistato di giornalista. Alla tua nonna alle prese con problemi di salute tu scrivi:<<Non scoraggiarti e continua ad essere felice. Allora ogni cosa andrà per il verso giusto…Credilo!>>. Nell’ottobre del 1899 fai la tua professione religiosa e negli anni 1900-1905 frequenti i corsi di filosofia e teologia nei conventi di Boxmeer, Zenderen ed Oss. Finalmente il 7 giugno 1905, nella cattedrale di Fen Bosch sei ordinato presbitero.

Dopo i tuoi superiori ti mandano al Collegio Internazionale S. Alberto di Roma per frequentare la facoltà di Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e i corsi di sociologia presso l’Istituto Leoniano. Sono tre anni (1906-1909) di studio e alla fine, nella quiete del convento di Albano Laziale, che io ho frequentato durante i miei anni di ginnasio (1951-1954), prepari la tua tesi dottorale.  Rientri in Olanda e negli anni 1909-1923 insegni filosofia e matematica agli studenti del convento di Oss. Nel frattempo dai inizio alla pubblicazione del periodico “Rose del Carmelo” , sei  caporedattore del giornale “La città di Oss”  e curi la pubblicazione delle opere di Santa Teresa in lingua olandese.

Nell’anno 1923 sei coinvolto nella fondazione della Università Cattolica di Nimega e occupi la cattedra di filosofia e quella di storia della mistica. Per l’anno accademico 1932-1933 sei chiamato a ricoprire il ruolo di rettore.
L’arcivescovo di Utrech Mons.  Johannes De Jong nel 1935 ti nomina assistente ecclesiastico dell’Associazione dei giornalisti cattolici e così hai modo di seguire la pubblicazione di quasi trenta giornali. Ottieni così la tessera internazionale di giornalista e hai la possibilità di tenere conferenze in Irlanda e negli Stati Uniti sulla spiritualità e la tradizione carmelitana. Questi testi li raccoglierai nel volume “La bellezza del Carmelo”.
Avverti subito il pericolo dell’ideologia nazionalsocialista e puntualmente ne denunci la impostazione pagana e contraria alla dignità umana.

L’orizzonte della pace mondiale è offuscato dalle nubi di  avvenimenti  drammatici: nel 1939 l’invasione della Polonia e nel 1940 l’invasione dell’Olanda, del Belgio, del Lussemburgo e della Francia da parte delle truppe naziste.
La tua scheda biografica preparata dal Dicastero della Cause dei Santi ci informa:
<<Il 26 gennaio 1941 la Chiesa Olandese, per mezzo dei suoi vescovi, reagì con fermezza contro i provvedimenti nazisti. Padre Titus, cui era stata affidata anche la presidenza dell’Associazione delle scuole cattoliche, collaborò attivamente con l’episcopato. L’arcivescovo Johannes De Jong, in un colloquio col  Beato, si disse preoccupato  per la situazione della stampa cattolica, obbligata a pubblicare emanati dal governo di occupazione, in evidente contrasto con la morale cristiana. Per questo, nei primi dieci giorni di gennaio 1942, Padre Titus girò in treno l’Olanda, visitando le redazioni dei giornali cattolici, per portare le indicazioni dell’episcopato e incoraggiare i direttori a resistere alle pressioni naziste. Sua Ecc.za Mons. De Jong dichiarò in seguito che il religioso era ben consapevole del pericolo a cui si stava esponendo”. Nel dare questo incarico a P, Tito l’arcivescovo affermò: <<Tito, tu comprendi che questa missione è pericolosa. Non devi intraprenderla>>. Egli sapeva esattamente ciò che io dicevo, ma liberamente e volontariamente accettò tale compito. Infatti quella missione era necessaria, perché alcuni dei nostri editori non erano d’accordo tra loro, su ciò che fosse permesso e in quali casi essi dovessero disubbidire alle nuove imposizioni, rispettando i principi cattolici. Padre Bandsma era la persona più adatta, per spiegare le nostre direttive>>, Con coraggio tu lanci la tua resistenza alla barbarie nazista: <<Ormai abbiamo raggiunto il limite. non possiamo servirli. Sarà nostro dovere rifiutare la propaganda nazista, decisamente, se desideriamo rimanere giornali cattolici. Anche se essi ci minacciano con severe multe, sospensione o opposizione aio nostri giornali, non possiamo conformarci ai  loro ordini>>.

Hai il tempo di visitare 14 editori, ma la Gestapo è sulle tue tracce. Sei arrestato alle ore 18 di lunedì 19 gennaio 1942 nel tuo convento di Boxmeer e nell’andare via,  chiedi in ginocchio la benedizione al tuo priore, ma sulla tua tonaca spicca la spilla di <<Cavaliere del Leone d’Olanda>< che la Regina Guglielmina ti aveva concesso nell’agosto del 1939.
il 20 gennaio 1942 sei portato nel campo di Scheveningen, vicino l’Aia, e se rinchiuso nella cella n. 577, dove rimani fino al12 marzo 1942. Hai con te solo due libri: la vita di Santa Teresa di Gesù di Kwalkman (1908) e Jezus di Cyriel Verschaewve 1939) e il breviario.

Durante l’interrogatorio-dialogo con il suo inquisitore, capitano Hardegen, si chiarificano le cause del tuo arresto:
<<Immaginate! Andare in galera all’età di 60anni>> dici all’ufficiale.
-    Non avreste dovuto accettare la commissione dell’Arcivescovo.-
<<Come cattolico, non avrei potuto fare niente di diverso!>>
-    Voi siete un sabotatore. La vostra chiesa sta cercando di sabotare gli ordini delle forze di occupazione, di minacciare la pace nazionale e di evitare che la filosofia di vita nazional-socialista raggiunga la popolazione olandese.-
<<Noi abbiamo il dovere di dissentire da qualsiasi cosa o pensiero che non sia in linea con la dottrina cattolica>>.
A una domanda del capitano Hardegen del “perché gli olandesi, specialmente i cattolici, non avrebbero mai accettato le posizioni del par5titonazista olandese” tu con coraggio rispondi in iscritto: << Gli olandesi, hanno fatto grandi sacrifici d’amore per Dio e posseggono una fede matura, avendone dato prova in numerose occasioni. I protestanti come i cattolici, venerano molti martiri  dei secoli passati che sono loro d’esempio. Se è necessario, noi olandesi, daremo le nostre vite per la nostra religione. Il movimento nazista è considerato dagli olandesi non solo un insulto a Dio per la violenza che fa alle sue creature, ma anche un’offesa alle gloriose tradizione della nazione olandese… Dio benedica l’Olanda. Dio benedica la Germania. Possa Dio far sì che ambedue le nazioni, si ritrovino presto, fianco a fianco, in piena pace e armonia >>.                           
Il capitano Hardegen  trasmette alle autorità di Berlino questo rapporto: <<L’attività di Brandsma minaccia il prestigio dell’impero germanico, delle idee nazional-socialiste e intende insidiare l’unità del popolo olandese… Sembra giustificabile tenere il professor Brandsma in custodia per un certo periodo. Non lo lasceremo libero prima della fine della guerra>>. Più tardi egli spiegherà: <<P. Tito era considerato fondamentalmente un nemico della missione germanica  e che la sua ostilità era provata dagli scritti contro la politica tedesca nei riguardi degli Ebrei>>.

Occupi il tuo tempo nello scrivere poesie, nel comporre una vita di Santa Teresa d’Avila in dodici capitoli, e anche le meditazioni sulla Via Crucis del santuario di San Bonifacio.
Al tuo superiore religioso scrivi: <<Io mi sento a casa a Scheveningen. Prego, scrivo e i giorni volano via. sono molto calmo, felice e soddisfatto… O beata solitudo! Mi sento perfettamente a mio agio in questa piccola cella e non mi sono ancora annoiato, anzi! Sono solo, sì, ma il Signore non è stato mai così vicino a me. Posso cantare la mia gioia perché egli mi ha permesso di ritrovarlo completamente: non attendo nessuno e nessun uomo può venire a me>>.
Nella notte tra il 12 e il 13 febbraio 1942 scrivi questa commovente preghiera dinanzi all’immagine di Gesù Crocifisso:
<< O Gesù, quando io Ti guardo,
Allora io vivo, e io Ti amo
E anche il tuo cuore mi ama
Come il tuo speciale amico.
    Anche se ciò mi chiede di soffrire di più
Oh, ogni sofferenza mi è buona,
Perché così io divento uguale a Te
E questa è la via per il Tuo Regno.
Io sono beato nella mia sofferenza
Perché io so che non soffro più
Ma la più ultima ventura eletta,
che mi unisce a Te, o Dio.
    Oh, lasciatemi solo qui in silenzio,
    il gelo e il freddo intorno a me
    E che nessuno uomo mi si avvicini
Io non mi stanco mai d’esser qui solo.
Perché Tu, o Gesù, sei con me
Io non sono mai stato così vicino a Te.
Resta con me, dolce Gesù,
La Tua presenza mi
rende buona ogni cosa.
    Perché Tu, o Gesù, sei con me
    Io non sono mai stato così vicino a Te.
Resta con me, con me, dolce Gesù,
La tua presenza mia
rende buona ogni cosa>>.

Il 12 marzo 1942 insieme ad altri 100 prigionieri sei traferito al campo di Amersfoort ed all’arrivo, alle ore nove di sera, sei lasciato diverse ore sotto una pioggia torrenziale e, spogliato dell’abito religioso, indossi l’anonima casacca di prigioniero con il numero 58 e avviato al lavoro forzato di taglialegna nella foresta. Alcuni tuoi compagni di prigionia testimoniano la tua carità che si esprime nel buon umore, nel coraggio e anche nella generosità perché “egli frequentemente cede una porzione delle sue magre razioni per aiutare altri prigionieri che muoiono di fame”. E uno ricorda: “Particolarmente toccante è la sua sollecitudine e l’interesse per gli Ebrei!”. Sfidando il regime oppressivo delle guardie tu avvicini altri prigionieri e  in preparazione alla settimana santa riesci a organizzare le riflessioni sulla via Crucis, ascoltare le confessioni e visitare gli ammalti del reparto ospedaliero. Nella ricorrenza della Pasqua nel campo avviene l’esecuzione di 76 membri del partito clandestino olandese. Tu li conforti con la preghiera e la benedizione.  Per qualche giorno ritorni al campo di Scheveningen per un ulteriore interrogatorio e alla fine il capitano Hardegen  ti comunica: <<Abbiamo deciso di farvi trasferire a Dachau. Starete lì fino alla fine della guerra>>.
Nel viaggio di trasferimento al famigerato lager della Baviera fai una sosta nella prigione di Kleve durante la quale non ti è permesso di celebrare la S. Messa ma il cappellano P. Ludwig Deimal riesce a farti assistere alla sua celebrazione e a ricevere l’Eucaristia. Lo stesso cappellano rivolge istanza perché tu possa trascorrere la tua prigionia in un convento carmelitano in Germania on Austria ma l’inflessibile Hardegen non cambia il suo parere: devi raggiungere Dachau.

Tu affronti la prova con coraggio scrivendo ai tuoi confratelli: <<A Dachau incontrerò nuovi amici. Il Signore è dovunque… Potrei stare a Dachau per molto tempo. A dire il vero non ha un nome tanto bello che si possa desiderarlo>>. Tre baracche del lager erano riservate a circa 1600 sacerdoti e nell’inferno del campo dove “gli uomini muoiono come topi” di due mila sacerdoti polacchi ben 850 morirono prima della fine della guerra. Oltre le diverse testimonianze raccolte dai sopravvissuti il giornalista Guillaume Zeller ha raccontato l’inferno di Dachau nel suo volume “La baraque des prêtres” (Éditions Tallandier, Paris 2015).  La sveglia è alle ore 4.00 e il lavoro incomincia alle ore 5,30 fino alle 7.00 di sera, con la breve interruzione del pranzo. Oltre le vessazioni e le violenze degli aguzzini  sei afflitto dall’avvelenamento uremico e i pesanti sandali ti causano ai piedi vesciche e suppurazione. Un tuo compagno di prigionia polacco testimonia: <<Nonostante tutto, il suo umore era sempre gradevole e costante; in mezzo a quel disastro che ci minacciava da tutte le parti, la sua serenità toccava profondamente i nostri cuori>> e un altro ti ricorda: “Egli irradiava sereno coraggio>>. Sei assegnato al blocco 28 del lager di Dachau.  

Pur essendo nel campo una cappella cattolica non è permesso ai sacerdoti prigionieri intervenire, ma qualche coraggioso riesce a trafugare le ostie consacrate per il conforto dei compagni. Nel tunnel oscuro c’è la luce dell’Eucaristia! <<Una volta P. Tito ricevette l’Ostia in una borsa da tabacco. Subito dopo che l’ebbe ricevuta una guardia, ritenendo che non avesse pulito bene il pavimento della cucina, lo picchiò con il calcio del fucile, e in una insana frenesia gli tirò calci senza pietà. Mentre veniva picchiato P. Tito teneva il braccio stretto saldamente al corpo. Alla fine riuscì a strisciar via dalle grinfie dell’arrabbiato assalitore e si trascinò sino alla sua cuccetta. Un compagno carmelitano, anche lui prigioniero, P. Raphael Thijuis, venne a confortarlo. <<Grazie, fratello>>,disse P. Tito, <<ma non dovevi preoccuparti. Io avevo con me Gesù Eucaristia>>.

Pur gravemente ammalato ti rifiuti di entrare nell’ospedale di Dachau, perché i dottori utilizzavano i prigionieri per i loro esprimenti. Sapevi quello che ti aspettava! Il 18 luglio entri nel reparto ospedaliero detto <<Revier>> e vi rimani fino alla domenica 26 luglio 1942: <<Quel giorno, alle ore 16.00, vieni ucciso da un’iniezione di acido fenico. Poco prima di morire, avevi donato all’infermiera che ti stava uccidendo la propria corona del Rosario, fabbricata per te da un internato. La donna, una giovane olandese infatuata dell’ideologia nazista, ti disse che non sapeva pregare e tu le rispondesti che per farlo sarebbe bastato dire: “Prega per noi peccatori”. Ella poi si convertì e, durante il Processo per la Beatificazione e Canonizzazione, rese la propria preziosa testimonianza sulle tue ultime ore di vita>>.   
   
Il tuo corpo, come quello di migliaia di prigionieri deceduti, ad Auschwitz o Dachau o altri lager, è cremato negli inceneritori del campo. In questo segui le orme di S. Massimiliano Maria Kolbe e di S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), i cui corpi scomparvero  nelle ceneri dei forni crematori del lager di Auschwitz.

Nel corso degli anni non sono mancati attestati di stima e di devozione nei tuoi confronti. Il 4 novembre 1946 la regina Gugliemina dei Pasi Bassi scriveva a tua sorella così: <<Come sacerdote cattolico e professore dell’università di Nimega non ha esitat6o dal primo momento a fare presente il punto di vista religioso e patriottico a tutti quelli che gli chiedevano consiglio: Persino quando era in prigione non mancava di esprimere il suo punto di vista a riguardo del NazionalSocialismo. Dichiarava anche per iscritto la sua forza spirituale che allora come adesso e di grande valore per tutti…. Il suo esempio audace di fedeltà e di onestà possa rimanere per noi tutti un conforto continuo nella nostra vita>>.

Il santo papa Giovanni XXIII il 26 ottobre 1961proponeva il tuo esempio ai membri dell’Associazione della Stampa Estera in Italia: <<Proprio in questi giorni Sua Santità ha letto un bel libro: la biografia di Titus Barndsma, un colto ed intrepido giornalista olandese, nato nel 1881, e che unì alla attività di pubblicista  e professore universitario, la professione di vita religiosa nell’Ordine Carmelitano. Nell’ultimo conflitto mondiale venne tratto in cattività proprio per il suo atteggiamento e le disposizioni emanate quale Consulente Ecclesiastico della Stampa cattolica in Olanda, e morì il 26 luglio 1942 in un campo di concentramento vittima della sua carità e della costante difesa della verità. Al di là dunque, delle vicende umane, sia pure quelle più dolorose e crudeli, c’è chi attesta, ad ogni costo, la permanenza di Cristo nel mondo>>.

Il 31 luglio 1977 il card. Giovanni Willebrands, arcivescovo di Utrecht, ti ricordava con queste parole: <<Per lui la prigione, il campo di concentramento non era soltanto una punizione per la sua fedeltà  incondizionata alla Chiesa, al suo Vescovo, nell’incarico che aveva ricevuto riguardo alla stampa cattolica. Per lui significava molto di più: era un entrare nell’unione più intima con il suo Signore. Questo lo attestano le sue lettere, i colloqui con compagni  di prigionia, la conferenze che egli tenne sulla mistica, anche la nota poesia scritta nella prigione di Scheveningen di cui una strofa suona così:
        <<Sono felice nel mio dolore
        perché so che non è più dolore
        Ma la sorte più eletta
        che mi unisce con Te, o mio Dio>>.    
   
      Risulta quanto mai singolare l’iter della tua causa di Beatificazione anche alla luce della legislazione canonica in vigore dal 1969. <<Si trattava infatti di valutare per la prima volta una Causa di presunto martirio, dove il candidato era morto ex aerumnis carceris, ossia inseguito ai maltrattamenti della deportazione, inflittegli da parte del sistema nazionalsocialista tedesco. Il Sommo Pontefice Paolo VI stabilì che si svolgesse a tale scopo un Processo Apostolico “ridotto”, il quale si tenne a s’Hertogenbosh dal 20 giugno al 23 ottobre 1975>>.  Finalmente il papa Giovanni Paolo II il 9 novembre 1984 autorizza la promulgazione del decreto che riconosce il tuo martirio. Lo stesso pontefice il 3 novembre 1985 nella Basilica Vaticana ti dichiara beato.

Il miracolo che apre la strada alla canonizzazione lo ottieni dalla misericordia della Madonna del Carmelo in favore di un sacerdote professo dell’Ordine Carmelitano e il relativo processo si svolge dall’11 luglio al 12 dicembre 2017 nella diocesi di Palm Beach, in Florida.  Si trattava della guarigione rapida, completa e duratura di un “melanoma metastatico ai linfonodi” riconosciuta dalla Consulta Medica il 26 novembre 2020 e qualificato come miracolo compiuto da Dio per tua intercessione. Papa Francesco ha approvato il Decreto super miraculo della Congregazione delle Cause dei Santi il 25 novembre 2021 e così sei scritto nel catalogo dei santi durante la solenne celebrazione presieduta dallo stesso pontefice il 15 maggio 2022, insieme agli altri beati: Lazzaro, detto Davasahayam, César de Bus, Luigi Maria Palazzolo, Giustino Maria Russolillo, Charles de Foucauld, Maria Rivier, Maria Francesca di Gesù Rubatto , Maria di Gesù Santocanale, Maria Domenica Mantovani.
Il papa nell’omelia commenta le parole di Gesù:  <<“Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34) e definisce la santità come risposta del credente all’amore del Signore nel servizio ai fratelli. <<Questa è la strada della santità, così semplice: Sempre  guardare Gesù negli altri. Servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto – questo è un segreto: offrire senza tornaconto -, senza ricercare alcuna gioia mondana: a questo siamo chiamati anche noi. I nostri compagni di viaggio, oggi canonizzati, hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione – di sacerdote, alcuni, di consacrate, altre, di laico – si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia>>.

Il vice postulatore della tua causa P. Fernando Milklàn Romeral saluta la tua elevazione agli onori degli altari richiamando il tuo apostolato di pace e la tua esemplare testimonianza nel mondo della comunicazione:
<<Penso che sia molto significativo perché  padre Tito è stato un apostolo della pace in un’Europa violenta, convulsa. Prima che Hitler salisse al potere, nel 1931 tenne un’importante conferenza in cui, in modo quasi profetico, disse che l’Europa si incamminava verso la guerra se non cambiava mentalità. La guerra non è inevitabile, diceva, e non era d’accordo con il vecchio adagio latino: Si vis pacem, para bellum. No, se si vuole la pace, si prepara la pace, si lavora per la pace. E la pace che Padre Tito chiedeva non era solo quella basata su accordi e trattative, seppur importanti, ma una pace frutto della conversione del cuore. In questi giorni terribili che viviamo in Europa, credo che questo messaggio sia molto attuale…. Era giornalista di professione e vocazione, innamorato di questo mestiere. Ha lavorato molto perché la stampa cattolica fosse luogo di incontro e comprensione. Aveva una visione molto elevata, etica direi, di una stampa a servizio della verità, non aggressiva ma propositiva, che dicesse la verità con serenità. È quello che lui ha fatto, confrontandosi con coraggio con il governo nazista a cui disse dei “no” ib omenti molto pericolosi. Cosa che infatti l’ha portato alla morte. Lui però non ha mai rinunciato alla verità>>.
Nella conclusione di questa lettera  piace ricordare le parole con le quali S. Giovanni Paolo II, nell’omelia della tua beatificazione, indicava il segreto della tua santità <<nel comandamento dell’amore portato fino alle estreme conseguenze>> e richiamava il tuo servizio alla verità.

<<Padre Barndsma fu innanzitutto professore di filosofia e di storia della mistica alla ‘Università cattolica di Nimega. In questo impegno egli profuse il meglio delle sue energie umane e professionali, provvedendo alla formazione scientifica di una vasta schiera di studenti. Ma ad essi egli non si limitava a trasmettere  nozioni astratte, avulse dai loro concreti problemi esistenziali. Padre Tito amava i suoi alunni e per questo si sentiva tenuto a partecipare loro i valori che ispiravano e sostenevano la sua vita. Nasceva così tra docente e discepoli un dialogo che si allargava ad abbracciare non solo i grandi interrogativi di sempre, ma anche le questioni poste dalle vicende di un’epoca sulla quale l’ideologia nazista gettava ombre sempre più fosche.
Gli studenti, però, erano solo una piccola porzione della ben più vasta realtà nazionale. Il cuore di padre Tito non poteva restare indifferente di fronte ai molti fratelli che erano fuori delle istituzioni accademiche, e che pure potevano desiderare una parola chiarificatrice. Per loro egli si fece giornalista. Durante  lunghi anni egli collaborò a quotidiani e periodici, profondendo in centinaia di scritti le ricchezze della sua mente e della sua sensibilità. E anche qui la sua collaborazione non fu solo professionale: molti colleghi ebbero in lui il confidente discreto, il consigliere illuminato, l’amico sincero, pronto sempre a condividere pene e a infonder speranza.

Non v’era barriera che potesse fermare lo slancio di carità da cui era animato il grande carmelitano. È ancora l’amore che spiega l’impegno con cui egli promosse il movimento ecumenico, in atteggiamento di costante fedeltà verso la Chiesa di totale lealtà verso gli appartenenti alle altre Confessioni. Colpito da una così luminosa testimonianza di coerenza evangelica, un pastore protestante ebbe a dire di lui: “Il nostro caro fratello in Cristo Tito Brandsma è davvero un “mysterium gratiae”…
Per questo pregava intensamente. Diceva: “La preghiera è vita, non un’oasi nel deserto della vita”. Professore di storia della mistica, egli si studiò di vivere la disciplina che insegnava in ogni momento della sua vita. “Non si deve porre nei nostri cuori – diceva – una divisione tra Dio e il mondo, ma si deve guardare il mondo avendo sempre Dio sullo sfondo”.

Da questa profonda unione con Dio scaturiva nell’anima del padre Brandsma una costante vena di  ottimismo, che gli attirava la simpatia di quanti aveva la ventura di conoscerlo, e che non lo abbandonò mai: lo accompagnò anche nell’inferno del lager nazista. Fino alla fine egli restò per gli altri prigionieri un motivo di sostegno e di speranza: per tutti aveva un sorriso, una parola di comprensione, un gesto di bontà. La stessa “infermiera”, che il 26 luglio del 1942 gli iniettò il veleno mortale, testimoniò più tardi di aver sempre vivo nella memoria il volto di quel sacerdote che “aveva compassione di me”.
E il volto del padre Tito Barandsma sta, oggi, anche davanti a noi, che ne contempliamo il sorriso luminoso nella gloria di Dio>>.   

 Foto, fonte WikipediA qui 

 

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