Gio24092020

Last update02:10:27 PM

banner conad 2016    banner arborea corretto  

banner2 nuovo madel

  banner giardini 900 2  
banner verna rifatto     
Back Sei qui: Home Notizie Cultura Invito al libro, Nicola Lenoci un ingegnere sulle orme di Gesù Cristo!

Invito al libro, Nicola Lenoci un ingegnere sulle orme di Gesù Cristo!

Condividi

gesù-dio-uomo-lenoci


Sac. Pasquale Pirulli

L’amico Nicola Redavid, titolare della azienda ARTI  GRAFICHE ALBEROBELLO (AGA), mi ha fatto omaggio del volume  “È  ESISTITO  ED  È  RISORTO GESÚ CRISTO, VERO DIO E VERO UOMO ?– Ricerca di un ingegnere”(AGA maggio 2020) di Nicola Lenoci, stimato ingegnere che all’esercizio della professione  in quel di Acquaviva delle Fonti unisce la passione della ricerca anche in campo religioso.

Mons. Enrico dal Covolo, già rettore della Pontificia Università Lateranense e membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche nella sua prefazione cita il P. Raniero Cantalamessa ofm capp per il quale il giudizio di un non-credente nei confronti di Gesù è questo: “la nascita verginale non potrà che essere un mito; i miracoli frutto di suggestione, la risurrezione, prodotto di uno ‘stato alterato della coscienza’ e così via”. Il prelato suggerisce di mettersi sulle orme del papa emerito Benedetto XVI il quale nella sua magistrale opera su Gesù di Nazareth, supera il metodo storico-critico e propone una ricerca da credente sull’esempio dell’evangelista Giovanni, il discepolo che riposa sul cuore di Gesù.

Nel primo capitolo l’ing. Lenoci si confronta con il grande problema di Gesù di Nazareth ponendosi la domanda cruciale: è esistito ed è risorto Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo?  e propone la sua risposta cercando di saldare i due poli della vicenda: la realtà storica della sua esistenza terrena e il fatto della risurrezione dai morti. Nel suo tentativo l’ingegner Lenoci ripercorre con acribia lo studio del capitolo ventesimo del vangelo di Giovanni, sostenendo che  nei suoi primi otto versetti c’è la prova storica della risurrezione del crocifisso Gesù.
Egli ricorda Mons. Francesco Spadafora (1913-1997), insigne biblista della Pontificia Università Lateranense e perito al Concilio Vaticano II, il quale si diceva convinto di aver trovato nel vangelo giovanneo (cap. XX, vv. 1-8) la dimostrazione fisica della risurrezione di Gesù.

Richiama la ricerca di D. Antonio Persili, parroco di San Giorgio a Tivoli, documentata nel volume “Sulle tracce di Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari” (Edizioni Centro Poligrafico Romano, Tivoli 1988) in cui si propone un’accurata traduzione dei vv. 1-8 del cap. XX di Giovanni e che diventa la prova scientifica dell’esperienza dei due apostoli che si confrontano con l’evento della risurrezione. Non può fare a meno di deprecare la limitata conoscenza della ricerca di D. Persili da parte del pubblico di studiosi, ma che è stata utilizzata dallo scritto Vittorio Messori per il suo bestseller “Dicono che è risorto” e che  è stata approvata dal P. Jean Galot, emerito docente di cristologia alla Pontificia Università Gregoriana. A dispetto di tanti studi esegetici D. Antonio Persili sosteneva che i “racconti evangelici della risurrezione sono storici fin nei minimi particolari” e ripercorre le tappe della esperienza di Pietro e Giovanni al sepolcro. Si impegna nella ricostruzione del sepolcro e poi ancora sulle modalità ebraiche della sepoltura e rivolge la sua attenzione alla posizione dei veli funebri che sono detti “Othonia” e si possono suddividere in sindone e fasce con l’aggiunta del sudario. La sintesi della posizione  di D. Antonio Persili nei confronti del passo del vangelo di Giovanni (20,1-8) è in queste sue parole: <<Era impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce per una improvvisa rianimazione, o che fosse stato portato via, da amici o da nemici, senza slegare le fasce o manometterle in qualche maniera. Se le fasce erano rimaste al loro posto, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, era il segno che Gesù era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa ai panni che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi. Un intervento soprannaturale aveva sottratto quel corpo dalla nicchia del sepolcro, lasciando tute3 le cose intatte, senza manomettere i teli funerari. Giovanni, davanti al sepolcro, non fece nessun salto mistico. Nel suo Vangelo, soffermandosi così minuziosamente sulla posizione delle fasce, voleva solo descrivere la prima traccia della risurrezione>>.

Nel secondo capitolo si parte  dalla proposta moderna di considerare la risurrezione soltanto un fatto metastorico cui si aggiungono le posizioni critiche delle eresie antiche quali lo Gnosticismo, il Pelagianesimo e il Modernismo.  Per quanto riguarda la posizione gnostica l’ingegner Lenoci critica il minimo spessore dato ai fatti nel vangelo di Tommaso che si limita a raccogliere soltanto i detti “segreti” di Gesù. Non manca qualche appunto nei confronti della posizione luterana la quale facendo riferimento al principio della “sola Scrittura” e alla fede minimizza il riferimento alla storia di Gesù. Nei confronti del Modernismo si richiamano non solo il decreto della Congregazione del Sant’Uffizio “Lamentabili sane exitu” de 3 luglio l907 ma anche la decisiva enciclica “Pascendi Dominici gregis” del 8 settembre 1907. Viene segnalata la posizione di Bultmann per il quale il Cristo vive soltanto nella fede dei credenti e non si interessa della sua vicenda storica e si riferisce la frase di Willi Marxen che diceva: <<Quando io credo in lui, Cristo risorge”. La vis polemica dell’autore se la prende anche con la posizione del card. Gianfranco Ravasi il quale in una intervista per la Pasqua del 2002 al quotidiano Il sole 24 ore aveva detto;: “L’immagine di un cristo sfolgorante di luce che si libra sul sepolcro dopo averne scardinato la pietra tombale, non è evangelica ma è attinta solo dai primi testi cristiani apocrifi”. La sua critica ai rappresentanti della Chiesa colpisce anche il vescovo di Amiens Jacques Noyer per il suo articolo “Bisogna credere alla Risurrezione?” del 23 aprile 2010. A queste posizioni critiche e minimaliste si contrappongono le chiare dichiarazioni del card. Camillo Ruini, del P. Ignace de La Potterie, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma e in modo particolare S. Paolo VI che nel saluto ai partecipanti al simposio internazionale “Resurrexit” il 4 aprile 1970 dichiarava : “Inoltre, non è forse stupefacente che un siffatto mistero tanto fondamentale per la nostra Fede, così prodigioso per la nostra intelligenza, abbia sempre suscitato, insieme all’interesse degli esegeti, varie forme di contestazione in tutto il corso della storia? Fenomeno che già si manifestò quando ancora era in vita l’evangelista Giovanni, il quale ritenne necessario precisare che l’incredulo Tommaso era stato invitato a toccare con le proprie mani i segni dei chiodi e il costato ferito del Verbo della vita risorto (cf Gv 20, 24-29). Come non ricordare, da quel momento in poi, i tentativi, dio una gnosi sempre rinascente sotto molteplici forme, di penetrare questo mistero co ogni risorsa dello spirito umano e cercare di ridurlo alle dimensioni di categorie meramente umane”. Egli lanciava un grido di allarme contro ogni interpretazione gnostica della risurrezione in questi  termini: “La gnosi sempre rinascente… ancora oggi, che giunge a negare, da parte di fedeli che si dicono cristiani, il valore storico delle testimonianze ispirate o, più recentemente, interpretando in modo puramente mitico, spirituale o morale, la risurrezione fisica di Gesù”. Sulle orme di papa Montini si pone lo stesso papa Francesco il quale denuncia la presenza nella chiesa di un neo-gnosticismo e di un neo-pelagianesimo. Nella sua disamina l’ingegnere Lenoci, dopo aver citato la definizione di miracolo proposta da Voltaire nel suo Dizionario filosofico e la perplessità del teologo Hans Kung circa un intervento di Dio che sconvolge le leggi dell’ordine da lui stesso stabilite, si richiama ad una analisi scientifica dei fatti richiamando il principio di indeterminazione di Heisenberg.
gesù-dio-uomo-lenoci-1
Nel terzo capitolo egli ricorda la dimostrazione a priori dell’esistenza di Dio proposta da sant’Anselmo d’Aosta nella sua opera “Proslogion” e ancora la cinque di s. Tommaso d’Aquino. Non basta provare l’esistenza di Dio per affermare la esistenza di Gesù di Nazareth annunciato dalla Chiesa come vero Dio. Il percorso proposto da Lenoci va dalla risurrezione all’esistenza di un Dio presente in Gesù Cristo morto e risorto.   
Nel quarto capitolo l’autore ripercorre la questione dell’esistenza storica di Gesù che dopo aver affermato la necessità di distinguere il Gesù di Nazareth della storia dal Cristo della fede, scandisce la sua ricerca nelle quattro tappe della Old question, No question, New question, Third question, con i diversi autori: Hermann Samuel Reimarus, Heirich Paulus, David Friedrich Strauss con il richiamo all’opera magistrale di Albert Schweitzer (1875-1965)  “Storia della ricerca sulla vita di Gesù – Da Reimarus a Wrede” (1906). La No Quest riassume le posizioni di Martin Kahler, Rudolf  Bultmann .Come reazione si ha la New Quest rappresentata da Ernst Kasemann e seguita in Italia da René Latourelle S.J. con “A Gesù attraverso i Vangeli” (1978)  e da Francesco Lambiasi con il volume “L’autenticità storica dei Vangeli” (\1976). Attuale ancora è l’orientamento della Third Question in cui si cerca di recuperare la matrice storica e culturale della vicenda di Gesù con l’attenzione alla realtà religiosa e politica  della Palestina-Giudea al lui contemporanea. Gli autori di questa tendenza sono: E. P. Sanders, B. F. Meyer, J. P. Meier) cui si aggiungono altri orientamenti come l’attenzione alla sua predicazione  (Borg, Mack, Crossan, e il Jesus Seminar), al suo essere un pio giudeo (D. Flusser) o perfino uno dei maghi popolari (M. Smith).Per quanto riguarda l’ambito cattolico si ricordano i nomi del filosfo Jean Guitton, uditore laico al Concilio Vaticano II, e del giornalista Vittorio Messori autore del libro “Ipotesi su Gesù” (TEA 1976) di grande diffusione popolare.

Il quinto capitolo elenca le fonti extra-evangeliche  a sostegno  della esistenza storica di Gesù di Nazareth. Tra le fonti storiche si citano Giuseppe Flavio e le diverse guerre giudaiche con riferimento al “Testimonium flavianum” inserito nella sua opera (Antichità  giudaiche), con le annotazioni del prof. Shlomo Pines circa la versione riportata da Agapio. Per l’ambiente romano si citano le lettere di Plinio il Giovane a Traiano (112) e la testimonianza inserita negli Annales di Cornelio Tacito (117) quando racconta gli avvenimenti  dell’impero di Nerone (54-68) e specialmente testimonia la presenza della setta dei cristiani accusati dell’incendio di Roma (64). Altri riferimenti sono dovuto all’imperatore Adriano che risponde alla lettera di Mincio Felice (123) e alla nota di Svetonio che racconta la espulsione dei cristiani da Roma decretata nel 49 dall’imperatore Claudio (41-54). Allo stesso periodo di Claudio è da assegnarsi il frammento di una lapide ritrovata nel santuario di Delfi. L’ultima testimonianza è quell

a del siriano Mara Bar Serapion che scrive al figlio una lettera nella quale è citato “il saggio re dei Giudei” la cui morte ingiusta è stata pagata dai Giudei con la diaspora.  Si richiama il problematico riferimento denigratorio a Gesù contenuto nel Talmud e poi  le testimonianze di Luciano di Samosata (La morte del pellegrino), Marco Aurelio (i colloqui con se stesso 170)) e del filosofo neoplatonico  Celso (178) . e alla fine Minucio Felice  (Octavius 197).
Nel sesto capitolo l’autore riporta le testimonianze dei padri della Chiesa: Clemente romano (Lettera ai Corinzi 95),Ignazio di Antiochia (35-107), Giustino (Apologia 150), Tertulliano (Apologeticum 197).
Nel settimo capitolo si fa riferimento alle fonti archeologiche. Inizialmente c’è una decisa critica a Marcello Craveri il quale nel suo libro “Vita di Gesù” (1966)  nega l’esistenza di Nazareth, patria di Gesù,  perché “non si hanno notizie precise circa l’esistenza di una località di nome Nazareth ai tempi di Gesù” e l’evangelista Matteo l’avrebbe inventata per giustificare l’appellativo di “nazareno” dato a Gesù. La prima riposta è il ritrovamento nel 1962 della lapide a Cesarea Marittima che riporta il nome della città di Nazareth.  Sempre a Cesarea Marittima nel “tiberieum” nel 1961 viene portata alla luce l’iscrizione su blocco di marmo che attesta la presenza in Palestina di Ponzio Pilato:
…S TIBERIEUM
(PO)…NTIUS PILATUS

(PRAEF)…ECTUS IUDA(EA)…E
Cui si aggiunge il ritrovamento nel 1968 nell’ambito del Herodion di Betlemme e la lettura dell’anello di Pilato a cura dell’archeologa Gideon Forster dell’Università di Gerusalemme.
Altre testimonianze cristiane sono negli scavi di Pompei ed Ercolano (prima dell’eruzione del 79)  che l’archeologa Margherita Guarducci così valuta: <<Essi sono dunque i più antichi esempi di simbolismo alfabetico cristiano e dimostrano che ben presto si cominciò a riconoscere nel tau (T) la mistica espressione della croce di Gesù” (M. Guarducci, La cosiddetta croce Ercolano, Atti della Accademia Nazionale dei Lincei – Rendiconti, serie IX, CCCXC, 1993, IV, 2,pp. 221-228). E’ inspiegabile la dimenticanza da parte di Nicola Lenoci del quadrato magico enigma cristiano ritrovato sulla colonna della Grande Palestra di Pompei  (SATOR-AREPO-TENET-OPERA- ROTAS) . Ultima documentazione archeologica è il graffito sul colle Palatino, scoperto dal P. Raffaele Garrucci nel 1857, che presenta una caricatura del crocifisso con la testa d’asino  adorato da Alessameno. Il capitolo si chiude con un breve accenno alla forma della croce che può esser immissa o capitata e alla simbolica s figura del pellicano.
Il capitolo nono affronta la grave questione della datazione dei vangeli che tradizionalmente veniva assegnata al periodo dopo la distruzione di Gerusalemme. Ci si avvia con l’accenno alla circolazione di scritture presente nella seconda lettera di Pietro (2 Pt 1, 14-16) e il riferimento alla piscina di Betzaetà nel vangelo di Giovanni (Gv 5, 1-9), la cui distruzione si assegna alla conquista della città da parte dei romani. Semplicisticamente si assegna la redazione del vangelo di Giovanni all’anno 68,e a supporto di questa ipotesi si portano i risultati delle ricerche di Carsten Peter Thiede , Hugo Staudinger e Craig Blomberg. A parere dell’autore un punto di partenza per la datazione tardiva dei vangeli potrebbe essere anche la morte di Giacomo a Gerusalemme, fratello di Gesù (62) e quella degli apostoli Pietro e Paolo avvenuta a Roma (64-67). A fissare la datazione al primo secolo dei vangeli  aiutano le testimonianze di Papia, Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano. A riportare indietro la datazione dei vangeli intervengono  gli studi di Jean Carmignac (Nascita dei vangeli sinottici, 1984) che si era confrontato con  i Rotoli di Qumran, di Claude Tresmontant, Robert Lindsey e dell’ebreo Pinchas Lapide. Nel 1976 il vescovo anglicano John Arthur Robinson pubblica il suo volume “Ridatare il Nuovo Testamento” che propone una datazione degli scritti neotestamentari partendo dalla lettera di Giacomo assegnata agli anni 47-4, e dal vangelo di Marco la cui composizione  è assegnata agli anni 45-60. A orientare nell’intricato problema interviene anche la scoperta dei rotoli nelle grotte del wadi Qumran (1947) che testimoniano la presenza degli Esseni.

Il riferimento alle scoperte di Qumran specialmente del Libro dei Giubilei suggerisce agli studiosi di conoscere il sistema di servizio delle classi sacerdotali nel tempio di Gerusalemme e quindi assegnare alla classe di Abia, cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, l’ultima settimana del mese di settembre (23-30), in cui avrebbe avuto l’annunzio della nascita del figlio Giovanni (24 giungo) e poi arrivare alla conclusione della conferma della nascita di Gesù, figlio di Maria alla data del 25 dicembre.

Dopo questo intermezzo natalizio si ritorna ad esaminare il frammento 7Q5 che secondo i risultati delle ricerche di P. José O’Callaghan S.J riporta il testo di Mc 6, 52-53 (“perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito. Passati all’altra riva, vennero verso la terra a Gennesaret”) Essendo state chiuse le grotte di Qumran nell’anno 68, prima del passaggio delle legioni romane che assediarono e conquistarono la città di Gerusalemme, si conclude che il vangelo di Marco sia stato scritto prima e cioè negli anni 55-65 prima che il papiro arrivasse alla biblioteca degli Esseni di Qumran. Singolare la reazione di P. Pierre Grelot, professore all’Institut Catholique di Parigi, il quale prima scredita il lavoro di Jean Carmignac che aveva retrotradotto i vangeli sinottici in lingua semitica e poi ha attaccato P. José O’Callaghan accusandolo di aver falsificato i dati della sua indagine papirologica. Per fortuna lo studioso Carstedn Peter Thiede è venuto in aiuto della proposta di O’Callaghan e io l’ho ascoltato in una conferenza all’università di Bari. Anche Carmignac è venuto in soccorso del gesuita spagnolo e ha ipotizzato che il frammento 7Q5 sarebbe una copia di una traduzione greca di un originale vangelo scritto da marco prima dell’anno 50 a ridosso dell’anno 42, appena dodici anni dopo la morte di Gesù.

Giudizi positivi nei confronti della identificazione di 7Q5 con Mc 6, 52-53 sono stati espressi da P. Ignace de La Potterie, da Orsolina Montevecchi e dal prof. Albert Dou che ha affermato: <<La probabilità che si trovi casualmente un altro testo, con lo stesso numero di spazi e lettere e con una sticometria che oscilli – come quella di 7Q5, secondo l’identificazione di Marco – tra 20 e 30 lettere è di una su trentaseimila milioni>>. Concordano con la datazione proposta da P. O’ Callaghan la studiosa Marta Sordi e la prof.ssa Ilaria Ramelli, la quale individua una citazione burlesca del vangelo marciano nell’opera “Satyricon” di Petronio Arbitro, cortigiano di Nerone.
A fianco del papiro 7Q5, che si riferisce al vangelo di Marco, bisogna mettere il papiro P. 64 Magdalene di Oxford che insieme agli altri frammenti sono stati studiati da Carsten Peter Thiede il quale li ha sottoposti all’esame del microscopio elettronico e li ha datati al periodo 35-70 d. C. I tre frammenti del vangelo di Matteo portano questi versetti del capitolo XXVI :
1)    “Venne a lui una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato di gran valor e lo versò sul capo  di lui, egli che era adagiato a tavola. Essi vedendo ciò si indignarono e dissero:<<Perché questo spreco?>>” (Mt 26, -8)
2)    “Ma Gesù se ne accorse e disse loro: <<Perché infastidite questa donna? Ha compiuto una buona azione per me”. (Mt 26,10)
3)    “Allora uno dei dodici, che si chiamava Giuda Iscariota, essendo andato dai capi sacerdoti, e disse loro: <<Che cosa siete disposti a darmi, se io ve lo consegno?>> Ed essi gli fissarono trenta sicli d’argento”. (Mt 26, 14-15)

Questo decisivo capitolo si conclude con qualche prezioso risultato così riassunto da Nicola Lenoci: <<Gesù morì crocifisso nell’anno 30 (7 aprile); Marco scrisse nel 42; Giovanni, lo si è visto, scrisse prima del 68. In mezzo a queste due date vi furono in vangeli di Matteo e di Luca.La vicinanza cronologica tra i fati tramandati dai vangeli e la persona storica di Gesù, che di questi fatti è stato autore e protagonista, segna un punto decisivo in favore della loro attendibilità come documenti storici>> (p. 179). Peccato che Lenoci abbia dimenticato di confrontarsi con il papiro di Rylands che riporta larghi squarci del cap. 18-19 di Giovanni e che viene assegnato agli anni 110-120 orientando a fissare la redazione ultima del quarto vangelo agli anni 90.
Il capitolo nono tratta della credibilità dei fatti narrati dai vangeli e in modo particolare ai racconti della risurrezione. Dopo succinte informazioni sugli autori dei vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) vengono citati i classici e tradizionali criteri (di discontinuità, di conformità, dell’imbarazzo e dell’attestazione multipla) per assicurare ai testi la veridicità dei fatti narrati. Si trascorre poi al tema decisivo della risurrezione e la sua esamina nell’ambito ebraico  riportando le testimonianze delle donne e la loro autorità secondo Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,V, 219-15), e il silenzio dei sommi sacerdoti Anna e Caifa. Secondo le informazioni di Giuseppe Flavio nell’anno 36 il legato dell’imperatore Tiberio Vitellio destituisce Caifa per non aver impedito la lapidazione di Stefano e Pilato per aver infierito sui Samaritani asserragliati sul monte Garizim. Piace la sottolineatura della fragilità degli apostoli cui Gesù affida il grande compito di fondare la Chiesa e la citazione della riflessione di Jean-Jacques Rousseau che diceva: <Diremo noi che la storia del Vangelo è inventata a    capriccio? Amico mio, non s’inventa così, ed i fatti di Socrate, di cui nessuno dubita, sono meno provati di quelli di Gesù Cristo. In sostanza si allontana la difficoltà ma si distrugge…. Autori giudei non avrebbero mai e poi mai trovato né questo stile né questa morale, e il Vangelo ha caratteri di verità sì grandi, sì stupendi, sì inimitabili, che l’inventore sarebbe assai più ammirabile di un eroe”. Ci si avvicina così al tema della prova della divinità di Gesù che è anche vero uomo. Singolare risulta la posizione dei Musulmani i quali nel Corano (S V, 17,72-73, 116) affermano che Gesù per non offendere Allah dichiara che egli non è Dio perché sono miscredenti coloro che dicono: “Allah è il Messia figlio di Maria!. Alla posizione negazionista islamica si risponde richiamando alcune dichiarazioni di Gesù riportate nel vangelo di Giovanni (8, 58; 10, 30-38). La parte prima si chiude con il capito9lo X in cui viene esaminata con acribia, sulle orme dell’esegeta P. Ignace de La Potterie S.J., l’esperienza dell’apostolo incredulo Tommaso al quale il risorto dice: <<Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto>> (Gv 20, 29).

La seconda parte del saggio di Nicola Lenoci dedica due capitoli (XI e XII) ad una analisi puntigliosa della figura di Gesù presentata dal Corano e al confronto con i testi della Torah e del Vangelo. Riduttiva è la presentazione di Gesù nel Corano che lo riduce a semplice profeta e nega la sua divinità, perché non ammette la verità

della Trinità, lo fa destinatario di una missione con il vangelo di preparare l’umanità a ricevere la pienezza della rivelazione che sarà portata da Maometto (Corano S 61, 6; S 57, 27) e quindi sia la Torah ebraica che il Vangelo cristiano sono autentiche sacre scritture male interpretate dagli ebrei e dai cristiani, che Gesù non è morto in croce e quindi non si pone affatto il problema della sua risurrezione.

Una puntigliosa critica l’ing. Lenoci raccoglie nei confronti dello stesso Maometto perché si utilizza a suo vantaggio un circolo vizioso: Maometto garantisce per il Corano e il Corano testimonia per Maometto (pp. 206-210). Il testo del Corano viene considerato non solo rivelazione diretta di Allah ma non può essere sottoposto a un esame critico circa il testo, il contesto e la trasmissione dello stesso. Al suo fianco si pongono la Sunnah (la seconda Legge islamica) e gli Hadith (detti del profeta di Allah Maometto). Si aggiunge l’informazione sulla Fatrwa, che è sentenza interpretativa della legge coranica espressa dal Mufti (esperto) e oppure dal Mujtahid, e a quest’ultimo in segno di rispetto si può attribuire il titolo di Ayatollah (=segno di Dio). Non manca l’informazione sul Grande Ayatollah Kohomeini e sulla sua raccolta di fatawa che porta il titolo di “Il Piccolo Librol Verde”. Nella polemica nei confronti dell’islam si ripercorrono alcuni episodi della vita del profeta Maometto, come la presunta profezia sulla sua venuta presente nel Deuteronomio (18,15-22) in cui Mosè parla di un profeta venturo, e nel vangelo di Giovanni (cc 14-16) in cui Gesù annuncia la venuta dello Spirito Paraclito (consolatore). Nella Sura 26,196 che recita: “E già era nelle scritture degli antichi” e con il confronto tra i due termini greci “Paracletos” (consolatore) e “Periclitos” (molto illustre) il quale ultimo in arabo si dice “Ahmad-Muhammad, alcuni commentatori islamici (Piccardo) vi intravedono l’annuncio relativo al grande profeta Maometto. A dirimere la questione l’ing. Lenoci riporta puntigliosamente i codici e i papiri testamentari del vangelo di Giovanni e della sua prima lettera in cui si indica “lo Spirito santo” e il “Paraclito”: Codice Vaticano, Codice Alessandrino, Codice Sinaitico, Codice di Beza, e codici onciali 060, 029, e il Codice Siriaco Sinaitico.

Singolare la vicenda del frate Anselmo Turmeda (1355-1423) il quale si convertì all’islam dopo una disputa sul termine biblico “parakletos”. La tesi islamica che nega la morte del profeta Gesù (Sura IV, 157-158: “ E dissero: “Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!”. Invece non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso ma Allah lo ha elevato fino a sé. Allah è eccelso, saggio,”) pare poggiarsi sul vangelo apocrifo di Barnaba, condannato dal Decreto di papa Gelasio (492-496) che è contenuto in una bibbia ritrovata nell’anno 2012 e al cui esame l’ing. Lenoci dedica un esame puntiglioso (cap. XIV).

Seguono due capitoli (XV-XVI) in cui si esaminano le altre incongruenze del Corano (la vergine Maria, Allah creatore) e le prospettive del dialogo con l’Islam (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e la lezione di Ratisbona 2006, il card. Giacomo Biffi. Il volume si chiude con un vivace appunto polemico nei confronti del giornalista Corrado

Augias, autore di un volume dal titolo “Inchiesta su Gesù” (cap. XVII) e con le essenziali linee di soluzione del problema espressa in questa affermazione: Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, che si poggia sul cap. XV della 1 Cor. Le ultime pagine oltre ad un articolato indice generale raccolgono l’indice toponomastico e l’indice delle figure.
Alla fine di questa rilettura del volume dell’ing. Nicola Lenoci oltre ad esprimere plauso alla sua passione di ricercatore laico suggerisco agli amici la lettura di questo suo testo, edito con grande cura nella sua splendida veste iconografica da AGA,  per fare il punto sulle coordinate storiche della vicenda di Gesù di Nazareth, al di là di atavici pregiudizi culturali e religiosi. L’autore è riuscito a rendere affascinante anche il discorso impegnativo circa l’analisi dei codici e dei papiri e pur non tralasciando il livello scientifico ha fatto opera di buona divulgazione.   

 

 

 

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna