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"Ave Maria", Invito al Libro di Papa Francesco e D. Marco Pozza

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Sac. Pasquale Pirulli
don pasquale foto
D. Marco Pozza è il cappellano del carcere di Padova e questo suo ministero mi ricorda gli anni passati quale cappellano della Casa di reclusione per minorati fisici di Turi. Egli è l’interlocutore di papa Francesco  in questa intervista durante la quale si intrattiene con il papa sulla preghiera mariana più popolare l’Ave Maria. Il volume è pubblicato da Rizzoli di Milano in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana.

Nella introduzione papa Francesco si sofferma sul concetto di “nuova creazione”, evento inaugurato da Dio con la risurrezione di Gesù Cristo. Proprio nella risurrezione  realizzata con la potenza dello Spirito Santo nasce la Chiesa, il nuovo popolo dei “figli di Dio” che sono chiamati con il battesimo a vivere in pienezza la santità. Santità e Umanità sembrano termini in contrapposizione ma proprio la vergine Maria è una prova concreta e storica di una sintesi che richiama la santità di Dio e  sottolinea la santità della Chiesa.  Maria è “il capolavoro del Padre”, la Madre universale e la Madre di Gesù, “il Dio-uomo”. La sua missione è sempre legata al Figlio e lei lo indica a noi suoi figli perché lo ascoltiamo e lo seguiamo: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!” (Gv 2,5) In Maria “madre della Chiesa” si riflette il volto più autentico della Chiesa che è madre: “Dio è nostro Padre e la Chiesa in Maria ci mostra il suo volto più splendente di Madre”.
Papa Francesco, sollecitato dalle puntuali domande di D. Marco, analizza la preghiera dell’Ave Maria, registrata già nei sec. II-III in un graffito ritrovato a Nazaret nei pressi della grotta dell’Annunciazione con l’invocazione “Χ(ΑΙΡ)Ε ΜΑΡΙΑ” e propone riflessioni di incisiva semplicità e di sapiente dottrina teologica rivelando doti di pastore attento anche alla devozione popolare.

E’ lo stesso Dio, secondo il papa, a iniziare una storia meravigliosa attraverso l’invio dell’angelo Gabriele che saluta una semplice donna del popolo, una abitante del villaggio di Nazaret con queste parole inconsuete: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te!” (Lc 1,28). Papa Francesco commenta: “ Il saluto a una donna. Dio saluta una donna, la saluta con una verità grande: «Io ti ho fatta piena del mio amore, piena di me, e così come sarai piena di me sarai piena del mio Figlio, e poi di tutti i figli della Chiesa»…. Non dimentichiamolo: Dio saluta una donna che è madre dal primo momento, è presentata come madre nel momentoave-maria-libro-papa-francesco-1 stesso in cui concepisce”.

Poi egli si sofferma sulle “stagioni della vita” di Maria che è sempre “una ragazza normale… educata normalmente, aperta a sposarsi, a fare famiglia”. Egli insiste sulla “normalità” di Maria, anche do il concepimento di Gesù: “Maria è la normalità, è una donna che qualsiasi donna di questo mondo può dire di poter imitare. Niente cose strane nella vita, una madre normale, anche nel suo matrimonio verginale, casto in quella cornice della verginità. Maria è stata normale. Lavorava, faceva la spesa, aiutava il Figli, aiutava il marito normale”.

L’intervistatore, affascinato dalla bellezza di Maria, domanda il significato dell’Immacolata Concezione per cui Maria è nata senza peccato originale. Il papa nella sua risposta annota che “Vuol dire che è nata, come mi piace dire, anche prima di Eva.  Non è vero dal punto di vista cronologico, ma mi piace pensare che sia nata prima del momento nel quale Eva è stata ingannata, sedotta…Però è nata dopo perché, nella visione della Chiesa, che non sbaglia, la ri-creazione è più importante della creazione. La creazione comincia con Adamo e poi Eva, e tutti e due insieme sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio. La ri-creazione comincia da Maria, da una donna sola. Possiamo pensare alle donne sole che portano avanti la casa, da sole educano i figli. Ecco, Maria è ancora più sola. Sola comincia questa storia, che prosegue con Giuseppe e la famiglia; ma all’inizio la ri-creazione è il dialogo tra Dio e una donna sola”. Per comprendere il mistero di Maria bisogna recuperare “lo stupore” che è capace di “meravigliarsi” dinanzi alla bellezza: “Per capire Maria bisogna tornare indietro, indietro, farsi bambini, provare lo stupore dei bambini, dire «Ave, Maria» come un bambino, col cuore di bambino, con gli occhi del cuore, che la nostra cultura ha perso. Non è una categoria usuale lo stupore, dobbiamo ritrovarla nella vita della Chiesa. Dobbiamo meravigliarci”.

Il saluto dell’angelo chiama Maria “piena di grazia” (Lc 1,28) ed è il nome nuovo che Dio le dà, perché “piena della presenza di Dio” come “oasi sempre verde” dell’umanità perché libera dal peccato e, ricordando una espressione di Georges Bernanos nel suo “Diario di un curato di campagna”, “la più giovane del genere umano”. Il papa commenta: “Come la sua giovinezza non sta nell’età, così la sua bellezza non consiste nell’esteriorità…. Maria, come mostra in Vangelo, non eccelle in apparenza: di semplice famiglia, viveva umilmente a Nazaret, un paesino quasi sconosciuto. E non era famosa: anche quando l’angelo la visitò nessuno lo seppe, quel giorno non c’era alcun reporter. La Madonna non ebbe nemmeno una vita agiata, ma preoccupazioni e timori: fu «molto rubata» (Lc 1,29), dice il Vangelo, e quando l’angelo «si allontanò da Lei» (Lc 1, 38), i problemi aumentarono”.

Una annotazione ancora sulla “vita bella” di Maria il cui segreto è la familiarità con la Parola di Dio. Richiamando la raffigurazione dell’Annunciazione in cui Maria è seduta dinanzi all’angelo con un piccolo libro in mano, papa Francesco commenta: “La Parola di Dio era il suo segreto: vicino al suo cuore, prese poi carne nel suo grembo. Rimanendo con Dio, dialogando con Lui in ogni circostanza, Maria ha reso bella la sua vita. Non l’apparenza, non ciò che passa, ma il cuore puntato verso Dio fa bella la vita. Guardiamo oggi con gioia alla “piena di grazia”. Chiediamole di aiutarci a rimanere giovani, dicendo <<no>> al peccato, e a vivere una vita bella , dicendo «sì» a Dio”.

L’ultima domanda di D. Marco riguarda l’evento della morte che conclude la preghiera a colei che per i meriti di suo Figlio Gesù ha vinto la morte ed è stata assunta in anima e corpo alla vita immortale del paradiso. Egli chiede: “Papa Francesco, che cosa vorrebbe chiedere a Maria per la sua morte, una morte che mi auguro lontanissima?” La risposta è quanto mai brevissima: “Che mi stia vicina e mi dia pace!”.
Segue poi il richiamo a S. Francesco d’Assisi il quale arriva a chiamare la morte: “sorella” e il papa commenta: “E’ un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei «sorella» la morte.  Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte così è il salario del peccato, ma dall’altro aspre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria”.

 Una ultima domanda si sofferma sul tragico fenomeno del suicidio: “ragazzi e ragazze che non hanno saputo reggere il peso della vergogna, di un filmato messo su internet, di una foto diffusa via chat, e hanno deciso di chiudere anzitempo la partita con la vita”. Papa Francesco risponde: “Sono (morti) difficili. Il suicidio è un p’ chiudere la porta alla salvezza. Ma io sono consapevole che nei suicidi non c’è pinea libertà. Almeno così credo. Mi aiuta quello che san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, ha detto a quella vedova il cui marito si era suicidato buttandosi da un ponte: «Signora, tra il ponte e il fiume c’è la misericordia di Dio». Credo che nel suicidio la libertà non sia piena. Tuttavia si tratta di un’opinione personale, non dogmatica”.

Un ultimo pensiero riguarda i giovani i quali devono fare i conti con un diffuso senso di abbandono e di solitudine perché la cultura attuale li ha privati delle radici: “Abbiamo offerto una cultura senza concretezza, una cultura «liquida», per usare la formula di un filosofo, anzi, io direi <<gassosa>>. Senza radici. Penso che la nostra civiltà sia colpevole. I giovani oggi hanno bisogno di radicarsi. Maria non ha mai perso le proprie radici. È la figlia di Israele, la figlia di Gerusalemme. È sempre stata fedele alle radici, ma è andata oltre, tanto. Però nella vita non si può andare oltre senza aggrapparsi alle radici. Dare radici al fiore, per fare l’albero e poi il frutto”.

Il libro è completato con una riflessione sul Magnificat e la testimonianza di D. Marco Pozza dal titolo “Una madre fra i lupi” sulla devozione a Maria vissuta nell’ambiente carcerario che diventa motivo di conforto e di speranza con la vicenda del giovane Jacopo che, dopo aver ricevuto la Cresima in carcere, ha il coraggio di raccontare la propria storia.
Un libro da leggere in preparazione alla solennità di Maria Immacolata che il popolo di Rutigliano festeggia nella antica chiesa dell’Immacolata che si affianca alla possente torre normanna.
                                  

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