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Il giro giusto, la satira di Carlo Picca sull’editoria

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di Cristiano Marti

Un melodramma da camera in un unico atto, con incursioni di ricordi e aneddoti del protagonista a fare da sfondo in una piccola apocalisse alla fine della quale non sopravvivono nemmeno rustici, olive ascolane e bruschette. La premessa direbbe di un romanzo che racconta dell’aperitivo di un matrimonio dove lo sposo comincia a vacillare, ricordando tutti i particolari di una storia che potrebbe finire anche il giorno dopo. Poi arriva la confessione al microfono, prima che il dj lanci il primo lento, e giù botte fra parenti improvvisamente nemici.
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In questo romanzo immaginario volerebbero appunto pizzette e mozzarelline. Nel romanzo di Picca, invece, volano parole, pagine, pubblico e autori. “Il giro giusto” (Les Flaneurs editore), infatti, è un lavoro sul mondo dell’editoria, visto con gli occhi di chi, come Carlo (autore, agente letterario e libraio) ha molto da dire e, si direbbe, sceglie di ridere per non piangere. Ippolito (il protagonista) è un uomo che si ritrova alla presentazione di un libro sui canguri della Nuova Guinea nella sala-regno dell’Associazione del Santo Libro, a capo della quale c’è la Santa Suora, donna che profonderebbe sorrisi anche ad una caccola del naso alla quale dovesse venire in mente di fare una domanda all’autore.

I sorrisi, appunto: quelli che nelle pagine del “Giro giusto” hanno una doppia valenza: quella dell’atteggiamento di facciata di chi deve per forza dire che il libro è bello, utile, che l’autore è speciale e meno male che esiste, e quello del lettore, che da fuori assiste ad un crescendo di assurdità nella quale nessuno, come Fantozzi, ha il coraggio di alzarsi e dire: “Questo libro è una cagata pazzesca”. Novanta minuti di applausi, quasi quanto le pagine del libro di Picca, ricche di personaggi dagli “improbabili nomi di cantanti di tango”, direbbero De Andrè e Fossati.

A questo punto ci si chiederebbe: sì, ma cosa accade? Succede qualcosa in questo libro? Forse sì, forse no. E’ la stessa risposta che l’autore darebbe difronte all’uscita dell’ennesimo inutile titolo in libreria. E’ uscito questo libro, è cambiato qualcosa? Forse sì, forse no. Proprio per questo il nostro racconta di una presentazione dove l’unica attenzione del pubblico è che nessuno tocchi il buffet. Già, perché in questo mondo l’oggetto libro ha smesso di essere un veicolo culturale per essere affiancato ad un qualsiasi trancio di pizza acquistabile ovunque. Dappertutto tranne che in una libreria indipendente.

Sta tutta qui la sofferenza di Ippolito: per lui i libri sono oggetti sacri, da trattare con cura, amore e dedizione. Nella realtà, invece, diventano strumento di spettacolini per palati tutt’altro che fini, con tanto di dj che lancia musiche per distrarre il pubblico da una tragedia sfiorata, gas anestetizzanti per frenare il panico in sala e lacrime di emozione perché l’autore è giunto in paese come il nuovo Messia.

Ma quale messaggio porta questo Messia? La risposta al lettore: chi ama i libri riderà della satira, chi non legge magari potrà incuriosirsi e dire: ma davvero accade tutto questo in una presentazione? Provare per credere.

 

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