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Percorsi di un nuovo incontro, "Fratelli tutti" VII parte

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Sac. Pasquale Pirulli
don pasquale foto
Papa Francesco auspica che a rimarginare le ferite gli artigiani della pace si impegnino a realizzare processi di guarigione proponendo con ingegno e audacia nuove modalità di incontro. (225)

Ricominciare dalla verità
Non si può tornare al passato e neanche far ricorso ad una vuota diplomazia che non affronta la realtà. Si tratta di costruire una «memoria penitenziale», il che significa partire dalla verità dei fatti e avviare uno sforzo comune di assumere il passato (divisioni, incomprensioni, conflitti, e progettare insieme il bene comune.  Ci vuole tempo per fare un paziente lavoro di ricerca della verità e della giustizia. Oltre a recuperare  la memoria della vittime bisogna conoscere la verità superare la sete di vendetta, Non bastano gli accordi di pace sulla carta e per risolvere le crisi bisogna ricercare la verità sulle cause. (226)  La pace si accende sul «tripode»  formato dalla verità, dalla giustizia e dalla misericordia e ciascuna di esse è garanzia delle altre. Il recupero della verità non deve mai aprire la strada alla vendetta ma sempre alla riconciliazione e al perdono. Non bisogna nascondere la verità dei minori addestrati alla violenza, delle donne violentate e abusate. Bisogna spezzare la catena ineluttabile della violenza come risposta delle vittime alla violenza dei potenti. (227)

L’architettura e l’artigianato della pace
Più che imporre dall’alto la piatta omogeneizzazione dei molti si prospetta la possibilità di un lavoro di molti nel perseguire il bene comune, recuperando gli apporti originali di ricerca e di strategia.  L’altro può sempre apportare un suo personale contributo, una prospettiva da rivalutare. Non si deve escludere definitivamente l’altro ma offrirgli sempre la speranza di una nuova proposta positiva. (228). I vescovi del Sudafrica hanno sperimentato positivamente la riconciliazione in maniera proattiva, cioè avviando un nuovo stile di vita sociale in cui c’è il servizio agli altri, la condivisione con gli altri, il valore dello stare insieme che supera il ghetto del gruppo minore, della famiglia, della nazione, dell’etnia e della cultura.. Anche i vescovi della Corea del Sud hanno indicato la via verso la pace, che è quella della lotta comune per la giustizia con il dialogo e favorendo la riconciliazione e lo sviluppo di tutti. (229) Nel processo di superare le divisioni non bisogna perdere la propria identità di appartenenza cioè del “sentirsi a casa” e di fare l’esperienza positiva della “famiglia”. In famiglia si vivono legami autentici, si superano le divisioni perché si costruisce il bene comune. Vedere gli altri, anche gli avversari politici o vicini di casa, come membri della propria famiglia. Ecco la domanda cruciale posta dal papa: “Amiamo la nostra società, o rimane qualcosa di lontano, qualcosa di anonimo , che non ci coinvolge, non ci tocca, non ci impegna?” (230)  Più che frutto di trattative diplomatiche, costruite a tavolino o  nello studio, dei potenti, la pace si costruisce «artigianalmente» con impegno nella vita quotidiana dei popoli. All’<<architettura>> delle istituzioni sociali  si deve affiancare l’<<artigianato>> di tutti; non basta il disegno di pace realizzato dai quadri normativi e dagli accordi di buona volontà. Si tratta di recuperare l’apporto delle comunità.  Per la pace sociale oltre che il tempo si richiede il contributo di tutti. (231) C’è qualche perplessità nel giustificare manifestazioni pubbliche violente che possono essere promosse da interessi particolari e sottostare a forme di manipolazione politica. (232)

Soprattutto con gli ultimi
L’amicizia sociale  non si realizza soltanto nell’incontro tra gruppi sociali distanti per contrasti ma nell’incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili della società.  La pace non è soltanto assenza di guerra, ma  l’impegno a riconoscere, garantire e ricostruire la dignità dei nostri fratelli, recuperati al ruolo di protagonisti della vita nazionale. (233). Bisogna ricercare le ragioni storiche di alcuni atteggiamenti antisociali dei poveri quali  il disprezzo e l’emarginazione. La vicinanza sociale permette di scoprire e apprezzare i valori dei poveri. L’opzione per i poveri dove favorire l’amicizia con i poveri. (234) L’emarginazione, l’aggressione e la guerra sono le cause dell’esplosione di rivolta dei poveri. Dove c’è l’emarginazione non ci saranno mai programmi politici o forze dell’ordine sufficienti ad assicurare la tranquillità della pace.. Il processo di pace sociale  deve partire dagli ultimi. (235)
Il valore e il significato del perdono
Nel contesto sociale si preferisce non parlare di riconciliazione e ci si affida al gioco dei conflitti, delle violenze e delle fratture. Il perdono viene interpretato come un cedimento del proprio spazio e la riconciliazione sia una cosa da deboli, con la conseguenza che si lascia spazio ai potenti e si abbia soltanto una  pace apparente. (236)     

Il conflitto inevitabile
Il perdono e la riconciliazione sono temi di grande valore nel cristianesimo e in altre religioni. Se non si riconoscono le motivazioni si corre il rischio di alimentare il fanatismo, l’inerzia o l’ingiustizia oppure l’intolleranza e la violenza.  (237)  Gesù nel Vangelo condanna l’uso della forza per imporsi agli altri raccomandando ai discepoli. «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così» (Mt 20,25-26)  e raccomanda di perdonare  “settanta volte sette” (Mt 18,22), riprovando il servo che non aveva saputo usare misericordia al suo debitore  (Mt 18,23-35). (238)   Le prime comunità cristiane, stando ai testi del Nuovo Testamento, alla violenza delle persecuzioni rispondevano con un atteggiamento di pazienza, tolleranza e comprensione. L’apostolo Paolo invita a riprendere gli avversari con dolcezza (cf 2 Tm 2,25) e raccomanda  «di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza  verso tutti gli uomini. Anche noi un tempo eravamo insensati» (Tt 3.2-3). Pur perseguitati da alcune autorità i cristiani, stando al libro degli Atti, «godevano il favore di tutto il popolo» (At 2,47; 4,21.35; 5,13).  (239)
Papa Francesco si sofferma a spiegare una sorprendente e apparentemente provocatoria  sentenza di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; sono venuto a portar e non pace, ma la spada. Sono infatti venuto a separare l’u9mo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. (Mt 10,34-36). Visto il contesto del richiamo alla fedeltà alla propria scelta, nonostante la contrarietà dei propri parenti, “tali parole non invitano a cercare conflitti, ma semplicemente a sopportare il conflitto inevitabile, perché il rispetto umano non porti a venir meno alla fedeltà in ossequio a una presunta pace familiare o sociale». Giovanni Paolo II nella sua enciclica sociale “Centesimus annus” del 1° maggio 1991, ricordava che la Chiesa «non intende condannare ogni e qualsiasi forma di conflittualità sociale: la Chiesa sa bene che nella storia i conflitti di interessi tra diversi gruppi sociali sorgono inevitabilmente e di fronte ad essi il cristiano deve spesso prender posizione con decisione e coerenza». (240)

Le lotte legittime e il perdono
Si  può perdonare anche affermando i  propri diritti e difendendo la propria dignità dinanzi alla violenza  di un potente o di un criminale. Nel contrastare la violenza ingiusta si può esprimere amore nel denunciare l’ingiustizia e nel togliere ogni potenza alla violenza. Il perdono non annulla la necessità di esigere la giustizia proprio per la difesa della dignità che Dio ha dato a ogni persona. (241) La resistenza non deve innescare la trafila della vendetta che pregiudica il futuro di una famiglia, di un gruppo, di un’etnia e di un Paese. Non si fanno accordi per perseguire la vendetta o la ritorsione con azioni apparentemente legali. (242) Il cristiano ritrova nella pratica della bontà l’antidoto ad una eredità di ingiustizia, di ostilità e di diffidenza. Si tratta di rispondere al male con il bene (cf Rom 12,21) e di fare azioni che promuovano la riconciliazione, la solidarietà e la pace. Dalla bontà deriva una coscienza tranquilla e anche una gioia. La bontà non è mai debolezza, ma forza che rinuncia alla vendetta, vince il rancore ed è capace di spegnere ogni incendio di odio. (243)

Il vero superamento  
Non bisogna seppellire i conflitti perché il silenzio su di essi significa complicità nel peccato e nell’errore. La vera riconciliazione si realizza durante il conflitto attraverso il dialogo e la trattativa che deve essere trasparente, sincera e paziente.  La lotta tra i diversi settori si può trasformare in una discussione per la ricerca della giustizia. (244) L’amicizia sociale si costruisce sul principio che l’unità è superiore al conflitto. Si rifiuta ogni sincretismo e ogni sopraffazione  ma si opera su un piano superiore in cui si sintetizzano le diverse polarità per costruire la unità multiforme di una nuova vita. (245)

La memoria
Il tema della «memoria» ha una grande valenza sociale e culturale. Dinanzi alle tante violenze ingiuste e crudeli che segnano la storia non si può chiedere una specie di “perdono sociale”, anche perché la riconciliazione è un fatto personale. In questo ambito ristretto uno può rinunciare a esigere il castigo, ma nessuna autorità può imporre una “riconciliazione generale” coprendo le tragedie del passato con l’oblio. Non si può imporre la cancellazione del passato. (246).

Papa Francesco ricorda la Shoah perché è il ”simbolo di dove può arrivare la malvagità dell’uomo quando, fomentata da false ideologie, dimentica la dignità fondamentale di ogni persona, la quale merita rispetto assoluto qualunque sia il popolo a cui appartiene e la religione che professa” così come aveva detto il 25 maggio 2014 all’aeroporto di Tel Aviv. Al ricordo dell’immane tragedia del popolo ebraico dal suo cuore sgorga questa preghiera: «Ricordati di noi nella tua misericordia. Dacci la grazia di vergognarci di questa massima idolatria, di aver disprezzato e distrutto la nostra carne, quella che tu impastasti dal fango, quella che tu vivificasti col tuo alito di vita. Mai più, Signore, mai più». (2447) Nella rapida rassegna dei fatti drammatici della storia che “ci fanno vergognare di essere umani” il papa ricorda i bombardamenti di Hiroshima e  Nagasaki insieme alle persecuzioni, il traffico degli schiavi e i massacri etnici avvenuti in tanti Paesi del mondo.

Questi fatti vanno sempre ricordati senza stancarci e senza il palliativo dell’anestesia derivante dalla perdita della memoria. (248) Non si può semplicemente “voltare pagina” perché “senza memoria non si va avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa”. Bisogna testimoniare alle generazioni future non solo l’orrore per le sofferenze delle vittime ma anche la memoria di tutti il bene operato in un contesto di violenza e corruzione, con gesti di solidarietà, di perdono e di fraternità. Il papa invita a rivalutare la memoria del bene. (249)

Perdono senza dimenticare
Il perdono non implica e non giustifica il «dimenticare». Bisogna perdonare sempre anche “quando c’è qualcosa che in nessun modo  può essere negato relativizzato o dissimulato”; anche “quando c’è qualcosa che mai dev’essere tollerato, giustificato o scusato”; anche “quando  c’è  qualcosa che per nessuna ragione dobbiamo dimenticare”. Il perdono libero e sincero tra gli uomini  riflette il perdono di Dio. (250) Attraverso il perdono, pur non dimenticando, si arresta la violenza che si scatena nella società con la vendetta che alla fine  non sazia la sete di giustizia delle vittime. (251) Non si propone l’impunità ma si deve fare giustizia, nel rispetto delle vittime, con il fine di prevenire nuovi crimini, e a tutela del bene comune. Il perdono permette di ricercare giustizia senza ricorrere alla  vendetta e senza commettere l’ingiustizia del dimenticare. (252) Bisogna saper ben giudicare la differenza di gravità delle ingiustizie commesse  a volte dalle due parti e aver rispetto per tutte le vittime senza differenze etniche, confessionali, nazionali o politiche. La violenza esercitata dalle strutture dello Stato è ben più grave di quella di singoli gruppi. (253) Per camminare sui sentieri impegnativi ma fecondi della pace è necessario andare incontro a tutti i fratelli al di là delle differenze di idee, lingua, cultura, religione. (254)

La guerra e la pena di morte
La guerra e la pena di morte sono due soluzioni estreme che alla fine sono false risposte che non risolvono i problemi e che sono sempre fattori di distruzione a livello nazionale e mondiale. (255)

L’ingiustizia della guerra
Purtroppo la guerra non è un fantasma del passato ma una seria minaccia al lento percorso di pace nel mondo. Il libro dei Proverbi ammonisce: “L’inganno è nel cuore di chi trama il male, la gioia invece è di chi promuove la pace” (Pr 12,20). Le cause della guerra sono: le cattive relazioni, le ambizioni di egemonia, gli abusi del potere, la paura dell’altro e la diversità considerata come ostacolo. (256)  Si avverte nel mondo la proliferazione di guerre che sono la negazione di tutti i diritti e un grande ostacolo all’autentico sviluppo umano integrale.

Ad allontanare il pericolo grave della guerra si deve ricordare quanto è proposto dalla Carta delle Nazioni Unite che parla del diritto, del negoziato, e dell’arbitrato. La storia dei 75 anni dalla loro fondazione e quella dei primi 20 anni del terzo millennio dimostra che l’applicazione delle norme internazionali è strumento efficace di pace internazionale. La Carta delle Nazioni Unite è un punto di riferimento obbligatorio per tutti e un veicolo di pace. Per questo è necessario eliminare le intenzioni illegittime e gli interessi particolari di un Paese o di un gruppo che danneggiano il bene comune mondiale. La norma giuridica internazionale utilizzata soltanto per il vantaggio momentaneo e particolare scatena forze distruttive per l’intera comunità umana. (257)
La scelta della guerra viene giustificata con scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive e diffondendo una informazione manipolata. Le guerre degli ultimi decenni sono state sempre “giustificate”.  

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dinanzi a “rigorose condizioni di legittimità morale” parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare. Questo possibile diritto viene interpretato troppo largamente, giustificando attacchi preventivi, dimenticando l’incontrollabile potere distruttivo della guerra condotta con le sofisticate moderne armi nucleari, chimiche e biologiche e con le moderne tecnologie. Non si può pensare alla guerra come soluzione ultima e riesce difficile riferirsi ai criteri che nel passato prospettavano la possibilità di una “guerra giusta”. (258) Il fenomeno della globalizzazione non permette più di parlare di “guerra locale” e di “pezzi” di guerra, ma si vive ormai “una guerra mondiale a pezzi” perché le vicende di un Paese si ripercuotono sull’intero pianeta. (259) Viene ricordato il santo papa Giovanni XXIII che nella sua ultima enciclica “Pacem in terris” (11 aprile 1963)  dichiarava che “riesce quasi impossibile che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” e si diceva convinto che le ragioni della pace sono più forti degli interessi particolari e della fiducia nelle armi. Purtroppo on si è colta l’occasione della fine della guerra fredda per avviare una riflessione seria sul destino comune dell’umanità e sul bene comune universale. Così sulla strada dell’umanità è ritornato il fantasma della guerra. (260)

La guerra registra il fallimento della politica e dell’umanità e la sconfitta di tutti. Le conseguenze della guerra sono anche i civili massacrati come “danni collaterali”, i profughi, le radiazioni di armi atomiche e gli effetti di quelle chimiche , le famiglie distrutte, i bambini mutilati. Bisogna conoscere l’abisso e la verità della violenza anche attraverso le testimonianze di tutte le vittime della guerra. Non è affatto ingenuità scegliere la pace. (261)

Le sfide del mondo attuale sono quelle del terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica. Le problematiche ambientali, le povertà  e queste non possono essere vinte dalla paura delle armi nucleari. Non basta l’equilibrio fondato sulla paura e la pace e la sicurezza  non si fondano sulla paura della distruzione reciproca, sull’equilibro instabile dei poteri. Si auspica che la risposta ai questi rischi e pericoli debba essere collettiva e concertata, basata sulla reciproca fiducia. Ci vuole il dialogo per realizzare il bene comune e con il denaro impegnato nelle armi e nelle spese militari costituire un Fondo mondiale per eliminare la fame e la povertà e così dissuadere i cittadini dei Paesi poveri dal ricorso a soluzioni violente o costretti a lasciare la propria terra. (262)

La pena di morte
La posizione della Chiesa circa questo grave tema è stata espressa in maniera chiara e ferma dal papa Giovanni Paolo II: la pena di morte è «inadeguata sul piano morale e non è più necessaria sul piano penale». Papa Francesco la giudica attualmente «inammissibile» e propone la sua abolizione a tutto il mondo. 263) Dai testi del Nuovo Testamento (Rom 13,4; 1 Pt 2,14) sappiamo che le autorità possano comminare pene a chi viola le regole necessarie per la vita comune. “Ciò comporta che l’autorità pubblica legittima possa «comminare pene proporzionate alla gravità dei delitti»  e garantisca al potere giudiziario l’indipendenza necessaria nell’ambito della legge “ (264)

 Non si possono dimenticare i giudizi negativi sulla pena di morte di Lattanzio e di papa Nicola I. Sant’Agostino nella sua lettera a Marcellino intercedeva per la vita degli assassini con questa riflessione: «Non che vogliamo con ciò impedire che si tolga a individui scellerati la libertà di commettere delitti, ma desideriamo che allo scopo basti che, lasciandoli in vita e senza mutilarli in alcuna parte del corpo, applicando le leggi repressive siano distolti dalla loro insana agitazione per essere ricondotti a una vita sana e tranquilla, o che, sottratti alle loro opere malvage , siano occupati in qualche lavoro utile. Anche questa è bensì una condanna, ma chi non capirebbe che si tratta più di un benefizio che di un supplizio, dal momento che non è lasciato  campo libero all’audacia della ferocia né si sottrae la medicina del pentimento) (…) Sdegnati contro l’iniquità in modo però da non dimenticare l’umanità; non sfogare la voluttà della vendetta contro le atrocità dei peccatori, ma rivolgi la volontà a curarne le ferite. (265) La pena non deve essere la vendetta della società ma la medicina per avviare un processo di guarigione e di reinserimento sociale. Purtroppo oggi “tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge».

La società per sua difesa ha bisogno di costruirsi il nemico e i metodi sono quelli che permisero la diffusione delle idee razziste. Costituisce un rischio il ricorso alla carcerazione preventiva, alla reclusione senza processo e alla pena di morte. (266) Oltre alla pena di morte papa Francesco condanna le esecuzioni extragiudiziarie o extralegali, compiute dagli Stati e fatti passare come scontri con delinquenti oppure conseguenze non volute dell’uso di applicare  la legge. (267)

Il papa ricorda gli argomenti contro la pena di morte proposti dalla Chiesa: l’errore giudiziario, l’uso che della pena di morte fanno i regimi totalitari contro la dissidenza politica e contro le minoranze religiose e culturali qualificando le vittime come “delinquenti”.  Egli non solo invita i cristiani e gli uomini di buona volontà a lottare contro la pena di morte ma anche ad impegnarsi a migliorare le condizioni carcerarie per la dignità della persona dei reclusi ma anche contro l’ergastolo qualificato come “pena di morte nascosta”. (268)  Il rifiuto deciso della pena di morte apre la strada al riconoscimento dell’inalienabile dignità di ogni persona umana. (269) Ai cristiani che dubitano circa questa deciso rifiuto della pena di morte e sono tentati di ricorrere alla violenza si ricorda l’auspicio del profeta Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4) e l’invito di Gesù all’apostolo Pietro che aveva colpito il servo dei sommi sacerdoti Malco; «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Egli non poteva dimenticare l’ammonimento del libro della Genesi: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso» (Gen 9,5-6)  e la sua reazione supera la distanza dei secoli e giunge a noi oggi come un costante richiamo. (270)

Commento          
Papa Francesco alla Chiesa in uscita sulle strade del mondo e ospedale da campo e al mondo intero, con particolare attenzione ai responsabili della politica mondiale, propone un lavoro di «artigiani della pace» da affrontare con ingegno e audacia. Si tratta di percorrere strade nuove dopo quelle insanguinate dei conflitti.

Il primo passo da fare è quello della verità e così avviare un percorso di «memoria penitenziale». Sul terreno accidentato della verità «storica» recuperare il senso della giustizia e della misericordia. Si tratta di ricostituire l’<<architettura sociale>> con la riconciliazione che significa operare in maniera proattiva in una dimensione sociale che rispetta l’identità di ognuno e abbia come fine il bene comune. L’architettura della pace globale è affidata alle organizzazioni statali ma l’<<artigianato>> è compito quotidiano di tutti anche di chi è stato emarginato.  Gli accordi tra politica e diritto non possono fare a meno del contributo della gente del popolo e in modo particolare degli «ultimi». Una giustizia sociale è il presupposto di una società in pace.  Qui si inserisce l’impegnativo discorso sul perdono e la riconciliazione che è proprio cristiano perché trova la sua matrice nell’insegnamento di Gesù. Il cristiano è capace di sopportare i conflitti inevitabili e a superarli con il perdono. Proprio il perdono permette di legittimare il contrasto al potere ingiusto, di vincere il male con il bene e questo si realizza con la giustizia sociale. La verità e la capacità di perdono devono fare i conti con la «memoria» dei fatti drammatici della storia recente dell’umanità: la shoah, i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e altre violenze efferate. Si deve perdonare ma non si deve dimenticare o lasciare impuniti gli operatori delle ingiustizie.

Sul piano dell’orizzonte mondiale l’enciclica si confronta con i due temi scottanti della guerra, di cui si afferma l’inutilità e l’ingiustizia, e della pena di morte. Si fa appello non solo alla Carta delle Nazioni che propone mezzi pacifici per risolvere i contrasti e prevenire i conflitti: negoziato, arbitrato e l’osservanza delle norme di diritto internazionale riconosciute da tutti. Si esprime una decisa condanna della politica della paura originata dalla proliferazione delle armi nucleari e si auspica la istituzione di un Fondo mondiale per aiutare lo sviluppo economico dei paesi poveri e distoglierli dalla tentazione della violenza.
Piace che ci sia una parola chiara sulla pena di morte, che viene definita inutile, perché  rimane semplice vendetta e non rispetta la fondamentale dignità della persona del reo e del suo diritto inalienabile alla vita. Su questa linea viene espressa esplicita condanna dell’ergastolo che è definita una “condanna a morte nascosta”.

Possiamo dire che in quest’ultima parte del capitolo ci sono spunti di riflessione sulla politica carceraria che non può fare a meno di rispettare quei principi di umanità e di giustizia che erano stati alla base della proposta illuministica di Cesare Beccaria con la sua opera “Dei delitti e delle pene”.  Così  verità, memoria, giustizia riconciliazione e vita sono i nuovi percorsi per un mondo pacifico di fratelli.       

 

 
               

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