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Un estraneo sulla strada

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Sac. Pasquale Pirulli
don pasquale foto
Il capitolo primo. in cui sono state denunziati gli ostacoli  che nel mondo contemporaneo si frappongono alle aspirazioni di fraternità e amicizia sociale di tutti gli uomini  il papa non lo ha scritto con il distacco di un’analisi scientifica ma con intima partecipazione, nel ricordo di quanto afferma la costituzione pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le angosce, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS 1) Alla ricerca di una luce di speranza che dissolva la nebbia del pessimismo papa Francesco nel secondo capitolo dell’enciclica “Fratelli tutti” propone una rilettura quanto mai attuale della parabola del “buon samaritano” (Lc 10.25-37), convinto che possa interessare e giustamente provocare  tutti, ai di là delle proprie convinzioni religiose (56)

1.    Lo sfondo
Con equilibrio nel suo commento egli recupera lo sfondo biblico, richiamando non solo le negazione di ogni fraternità che avanza Caino nel suo fratricidio  (Gen 4,9), (57) ma anche la riflessione di Giobbe che giustifica i diritti comuni di tutti nella universale fraternità derivante da un solo creatore (Gb 31,15, che, secondo Ireneo, diventa l’artista di una sinfonia universale (58). Purtroppo la tradizione ebraica nei secoli offre una interpretazione limitata ai soli connazionali del precetto divino “ama il tuo prossimo come te stesso” (Lev 19.18).Per fortuna il giudaismo dei paesi della diaspora propone la saggia regola d’oro “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” (Tb 4,15) che secondo il rabbino Hillel (I sec. a.C.) riassume la Legge e i Profeti. e allora ci si allarga alle dimensioni  universali della misericordia di Dio: “La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni vivente” (Sir. 18,13)  La dimensione dell’universalità, espressa dal maestro Hillel, la si ritrova in forma positiva nel Nuovo Testamento sulla bocca di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Mt 712) il quale richiama  l’atteggiamento del Padre “che fa sorger il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5,45) e invita tutti  “Siate misericordiosi, come il padre vostro è misericordioso “ (Lc 6,36) (60).

Nei testi biblici si ritrova anche il pressante invito ad accogliere come fratello nell’umanità anche lo straniero, alla luce dell’esperienza originaria del popolo ebraico che è stato straniero in terra di Egitto (Es 22,20; 23,9; Lev 19, 33-34; Dt 24,21-22). Nel Nuovo Testamento ritroviamo il richiamo all’amore del prossimo nella lettera ai Galati di S. Paolo: Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Gal 5,14). San Giovanni nella sua prima lettera insiste sulla dimensione di fraternità che deve caratterizzare questo amore: “Chi ama il suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione d’inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre” (1 Gv 2,10-11; 3,13; 4,20). (61)Nelle prime comunità cristiane c’è la tentazione a formare gruppi chiusi ed isolati e s. Paolo in vita i cristiani di Tessalonica ad avere carità non solo tra di loro ma “verso tutti” (1 Ts 3.12) e s. Giovanni invita ad accogliere e trattare bene  tutti “i fratelli, benché stranieri” (3 Gv 5). Nella parabola del buon samaritano Gesù insegna che “all’amore non importa se il  ferito viene da qui o da là. Perché l’amore è fratello che rompe le catene che ci isolano e ci separano, gettando ponti; amore che ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa […]. Amore che sa di compassione e di dignità”.(62)

2.    L’abbandonato
La parabola  raccontata da Gesù è quanto mai realistica  e drammatica  perché dinanzi all’uomo ferito ai margini della strada passano uomini che, pur svolgendo funzioni importanti nella società ebraica (erano addetti al tempio: un sacerdote e un levita), non avvertono l’amore , non si fermano per assistere il ferito o almeno cercare aiuto. Qui è evidente la distanza che Gesù prende dai rappresentanti della religione ufficiale del tempio di Gerusalemme. Egli presenta come interprete della Legge dell’amore il samaritano che “ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui”. Il dono più grande che gli ha dato è quello del suo tempo, un bene di cui noi che viviamo nella fretta siamo avari.  (63) A noi il papa rivolge una domanda dura, diretta e decisiva: Con chi ti identifichi? Egli denuncia l’analfabetismo dell’amore che parla di compagnia, cura e sostegno verso i più fragili e i più deboli. C’è la cattiva abitudine a girare  lo sguardo, a passare accanto e ignorare le situazioni drammatiche degli altri. (64) Papa Francesco denuncia con parole chiare “questa miseria” di girare lo sguardo dinanzi alle sofferenze degli altri, di fuggire dinanzi ad un incidente stradale. La società è malata di egoismo: ci si concentra su se stessi, ci si sente disturbati dal dolore altrui e non si vuole perdere tempo. (65).  Bisogna guarda il mondo con gli occhi del samaritano per essere cittadini del nostro paese e del mondo, e costruttori di autentici legami sociali. Si impone l’imperativo del bene comune sia alla politica sia alla vita sociale, alle relazioni tra gli uomini e anche ad ogni progetto umano. La lezione del samaritano è questa: “l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri; la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro”. Nella parabola dettata da Gesù possiamo vedere l’icona alla cui luce leggere la realtà di questo mondo che soffre. Dobbiamo fare la scelta del buon samaritano perché le altre opzioni sono  quelle dei briganti o degli uomini del tempio che non si curano degli altri nella loro fretta. Non si tratta dell’insegnamento di ideali astratti e dj una utilitaristica morale etico-sociale., ma del richiamo all’esigenza fondamentale di ogni uomo di vivere nella pienezza l’amore.  Bisogna combatter l’indifferenza che lascia gli altri “ai margini della strada”, ma siamo invitati a scendere dalla nostra indifferenza e a fermarci e coinvolgerci nella sofferenza umana. (68)

3.    Una storia che si ripete                
Per realizzare la nostra identità umana è necessario confrontarsi sulla strada della vita con l’uomo ferito e dal confronto si originano tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Si impone a tutti la scelta sul ruolo da svolgere: quello di viandanti indifferenti o quello del buon samaritano e, Dio non voglia, anche quello di briganti. La parabola diventa allora una rappresentazione della storia. (69)
In questo confronto con l’uomo caduto le persone si rivelano nella loro autenticità e si contrappongono: quelle che ignorano e tirano diritto per la loro strada e quelle che si fermano e prestano soccorso. E’ una drammatica realtà imposta dal momento attuale e a differenza dei briganti e dei passanti frettolosi gli uomini sono o feriti abbandonati o pietosi soccorritori. (70) La storia della parabola si ripete perché l’incuranza politica e sociale rendono deserte e pericolose le strade per tutti e ai loro margini ci sono sempre feriti. Gesù esprime fiducia nella capacità dell’uomo di esprimere l’amore, di fermarsi a soccorrere i sofferenti e così ricostruire una società di fratelli. (71)
 
4.    I personaggi
Il fatto realistico di un’aggressione contro qualche solitario pellegrino che percorreva la strada da Gerusalemme a Gerico viene utilizzato da Gesù per raccontare la sua parabola che ha sempre nei confronti degli ascoltatori un intento didattico ma anche provocatorio. Il papa utilizza la parabola di Gesù con la stessa metodologia e si sofferma ad analizzare i diversi  personaggi.   Non ci vuole molto ad individuare  nei briganti le dense ombre  dell’abbandono, della violenza, la tentazione all’accumulo di ricchezze, e alla divisione dai deboli e dai poveri. Si impone una domanda: “Lasceremo la persona ferita a terra per correre ciascuno a ripararsi dalla violenza o a inseguire i briganti? Sarà quel ferito la giustificazione delle nostre divisioni inconciliabili, delle nostre indifferenze crudeli, dei nostri scontri intestini?” (72) Poi lo sguardo si sofferma su coloro che passano a distanza e si chiudono nella loro indifferenza. Da questa indifferenza sono colpiti il sacerdote e il levita.  Si posso individuare due modi di “passare a distanza”: ripiegarsi su se stessi (egoismo!) e guardare al di fuori. Quest’ultima modalità di indifferenza si manifesta nel disprezzo dei poveri e della loro cultura e nel guardare soltanto al di fuori. Si arriva ad ignorare l’esistenza stessa di chi potrebbe disturbare la propria tranquilla illusoria sicurezza. (73) La mazzata di papa Francesco è rivolta  alle persone religiose (levita e sacerdote) che praticano un culto ritualistico che non guarda i bisogni dei poveri e vive una fede distorta. Purtroppo a volte per alcuni “credere in Dio e adorarlo non garantisce di viver come a Dio piace” cioè con l’apertura del cuore ai fratelli”. Ritorna quanto mai attuale il rimprovero di San Giovanni Crisostomo: <<Volete veramente onorare il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo, Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità>>. A volte chi dice di non credere può vivere la volontà di Dio meglio dei credenti, (74) I “briganti della strada” facilmente si alleano con i “viandanti frettolosi” e così si chiude il cerchio della violenza a danno dei poveri  L’impunità del delitto (uso delle istituzioni per interessi personali o corporativi) si unisce alla volontà di squalificare tutto e così si aumenta il sospetto, l’ipocrisia, la diffidenza e la perplessità.  A ci dice “tutto va male” si unisce chi dice “nessuno può aggiustare le cose” o “che posso fare io?” e così si spegne la speranza e si favorisce la dittatura invisibile dei poteri occulti che si impadroniscono anche della capacità di avere un proprio pensiero. (75) Dinanzi all’uomo ferito e abbandonato ai margini della strada avvertiamo la situazione di chi si sente abbandonato dalle istituzioni “sguarnite e carenti” che spesso sono a servizio di pochi. La società globalizzata ha una maniera elegante di guardare dall’altra parte: “sotto il rivestimento del politicamente coretto e delle mode ideologiche, si guarda alla persona che soffre senza toccarla, la si mostra in televisione in diretta, si adotta anche un discorso all’apparenza  tollerante e pieno di eufemismi”. (76)

5.    Ricominciare
Per tutti c’è una nuova opportunità di andare oltre le deficienze delle istituzioni governative perché abbiamo uno spazio di corresponsabilità per generare nuovi processi e trasformazioni. Si tratta di essere parti attive in una società ferita, di cogliere l’occasione di esprimere la nostra fraternità praticando il servizio del buon samaritano: “prendere su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti”. Si tratta di recuperare e mettere in pratica “il senso del sentirsi ed essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto”. Bisogna vincere la “logica dei violenti”, fatta di ambizioni egoistiche che generano confusione e menzogna”. Ecco il cordiale invito del papa: << Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al sevizio del bene”. (77) Si tratta di cominciare dal basso e caso per caso. Lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo”. Si tratta di cercare gli altri e farsi carico della realtà, senza aver paura del dolore e dell’impotenza “perché lì c’è tutto il bene che Dio ha seminato nel cuore dell’essere umano. Nell’accostarsi ai feriti della storia, come insegna la parabola del buon samaritano, bisogna vincere i particolarismi  e le contrapposizioni e agire come  ”noi” perché allora si è più forti delle piccole individualità, ricordandoci che “il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma” . E’ consigliata anche la riconciliazione riparatrice che va oltre l’ignavia e la menzogna. (78)  Nel fare come il  buon samaritano non bisogna attendersi riconoscimenti o ringraziamenti, perché “la stessa dedizione al servizio era la grande soddisfazione davanti al suo Dio e alla sua vita, e per questo un dovere”.  C’è una nostra responsabilità dinanzi al ferito della strada che rappresenta “la fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano”. (79)

6.    Il prossimo senza frontiere
Raccontando la parabola Gesù vuol rispondere alla domanda: chi è il mio prossimo? E la sua risposta è quanto mai rivoluzionaria perché oltrepassa i pregiudizi del gruppo chiuso e delle barriere religiose ed etniche. Gesù “non ci chiama a domandarci chi sono quello vicini a a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi”. (80)
Si tratta di farsi presenti (cioè prossimi) a alla persona bisognosa  al di là della cerchia di appartenenza. “Il samaritano si è fatto prossimo al giudeo ferito al di là delle tradizionali barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù è quanto mai chiara e cogente come una richiesta: << Vai e anche tu fa’ così” (Lc 10,37) Non bisogna perdere tempo a chiedersi chi è il mio prossimo ma farsi prossimo agli altri, a tuti quelli che sono nel bisogno. (81) Proprio la parabola del samaritano che aiuta un giudeo, nel ricordo dell’incontro che lo stesso Gesù ha avuto con una donna samaritana al pozzo di Sichem (Gv 4,4-42), diventa una provocazione a superare ogni manipolazione ideologica e ci invita “ad allargare la nostra cerchia, dando alla “nostra capacità di amare una dimensione universale, superando tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche e culturali, tutti gli interessi meschini”. (83)

7.    L’appello del forestiero  
A proposito dell’attenzione verso “il forestiero” non manca il richiamo di Gesù inserito nel discorso escatologico: “Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25, 35) e l’accorato invito di San Paolo ai cristiani di Roma: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quello che sono nel pianto” (Rm 12,15). Con questi sentimenti è possibile identificarsi con l’altro e avvertire che gli altri sono “sua stessa carne” (Is 58,7). (84)
Per noi cristiani le parole di Gesù invitano a riconoscerlo in ogni fratello abbandonato o escluso (cf Mt 25, 40.45). Proprio la fede invita a riconoscere l’altro come fratello perché l’amore di Dio gli conferisce una dignità infinita, perché Gesù Cristo ha versato il suo sangue per la salvezza di tutti e perché lo stesso mistero di Dio Trinità ci invita a riscoprire la radice ultima della vita comune. (85)

Alla luce di queste riflessione si deve condannare ogni schiavitù e ogni forma di nazionalismo chiuso e violento, gli atteggiamenti xenofobi, il disprezzo e la violenza nei confronti dei diversi. Sia la fede che la filosofia dell’umanesimo criticano e condannano questi pregiudizi egoistici. Il papa invita la catechesi, la predicazione a insistere su “il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti”. (86)

Commento
Papa Francesco sulla linea della Costituzione conciliare “Gaudium et spes”, facendo propri i dolori e le speranze dell’umanità, ha tracciato un quadro realistico della attuale situazione storica a livello mondiale. Egli ritrova una luce di speranza in una sapiente meditazione sulla parabola del buon samaritano, convinto che la parola di Gesù possa suscitare interesse in tutte le persone di buona volontà, al di là delle convinzioni religiose. In un  primo momento egli si sofferma a descrivere lo sfondo biblico e ricorda i diversi richiami alla fraternità dell’antico e del nuovo testamento. La stessa esperienza del popolo ebraico, forestiero in Egitto, suggerisce l’attenzione allo straniero e al forestiero e nel nuovo testamento è frequente il richiamo alla fraternità, come testimonianza di un sincero amore verso Dio. L’analisi dei diversi personaggi (briganti, abbandonato, passanti (sacerdote e levita), samaritano) permette di denunciare non  solo la violenza nei confronti dei deboli e dei poveri, ma anche la noncuranza delle istituzioni e anche di persone ecclesiastiche che trascurano di fermarsi e di soccorrere il pellegrino vittima della violenza. La denuncia di Gesù è decisa e avvia un processo di recupero del senso autentico di umanità. nella luce di una fede sincera che si contrappone al ritualismo di una religione istituzione (il tempio di Gerusalemme). Si tratta di recuperare l’autentico senso di essere popolo, di essere un noi non solo nei confronti delle vittime della violenza dei poteri occulti, ma anche di agire come “noi” nel prendersi cura degli abbandonati ai margini della strada. Nella proposta di questa parabola papa Francesco non dimentica di aver parlato di una Chiesa “in uscita” e di una Chiesa “ospedale da campo”. In fine di conti. sia per la Chiesa sia per tutti gli uomini di buona volontà, si tratta di scoprire in ogni sofferente, che una società egoistica  colpisce e ignora, un fratello, al di là delle barriere di cultura, di nazione e di religione, e di farsi “prossimo” attento responsabile e disinteressato di tutti gli altri.  Proponendo la parabola del buon samaritano papa Francesco non fa altro che seminare un buon seme di fraternità in un terreno sociale che si presenta poco attento alle tragedie e al doloro degli altri, abbandonati dai briganti ai margini della strada.

 

 

 

 

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