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A proposito di politica, tra Aristotele Gesù e la Dottrina sociale della Chiesa

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Sac. Pasquale Pirulli
don pasquale foto
Il filosofo Aristotele (384-323 a. C) inizia la sua opera  «La Politica» con queste parole: “Poiché vediamo che ogni stato (polis) è una comunità e ogni comunità si costituisce in vista di un bene (perché proprio in grazia di quel che pare bene tutti compiono tutto) è evidente che tutte tendano ad un bene e particolarmente e al bene più importante tra tutti quella è di tutte la più importante e tutte le altre comprendere: questa è il cosiddetto ‘stato’ (polis) e cioè la comunità statale”. Egli si avventura nella distinzione tra il padrone (ha da sovrintendere a poche persone) e l’amministratore o il capo di stato (polis) (che deve sovrintendere a molti) che deve ispirare la sua azione alla scienza che si chiama “politica”. Il limite dell’individuo si vince attraverso l’unione e qui si incomincia a sottolineare il ruolo della cellula familiare (in cui cooperano due diversi quali l’uomo e la donna) e oppure della società che mette insieme il padrone e lo schiavo per la utilità comune.      

A ragione poi egli definisce l’uomo oltre che “animale razionale” anche “animale politico” a fondare la originale nota della socialità che è anche espressione della sua razionalità, come capacità di discernere e orientarsi a un fine. Egli ordina la realizzazione della comunità partendo dalla famiglia e attraverso i villaggi arriva allo stato chiamato “polis”. Si intravede subito la finalità del «bene comune» che si riferisce prima alla persona dell’essere ragionevole e poi a tutta la comunità. Egli non manca di soffermarsi a distinguere il ruolo del padre di famiglia che esercita la sua autorità sulla casa e quello dell’uomo di stato che deve guidare con autorità la polis, cioè la comunità di cittadini liberi.

A proposito della “polis” egli riflette: “La comunità che risulta da più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa; formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice”.  Ed ecco la sua grande affermazione: “Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un esser socievole; quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo, proprio come quello biasimato da Omero “privo di fratria, di leggi, di focolare: tale è per natura  costui e, insieme, anche bramoso di guerra, giacché è isolato, come una pedina al gioco dei dadi”. Nell’«Etica a Nicomaco» egli precisa icasticamente il suo pensiero: «L’uomo, infatti, è un essere (animale) politico e portato naturalmente alla vita in società» (I, 1169 b 18: πολιτικὸν ζᾡον).

Dopo aver recuperato qualche fondamentale riflessione filosofica, cioè fondata sulla ragione, mi permetto di soffermarmi sulla Bibbia e riassumere la vicenda del popolo ebraico nella sua dimensione politica che è lotta per la libertà dalla schiavitù. Oppresso e sfruttato da una regalità dispotica come quella del faraone di Egitto il popolo ebraico ritrova la sua libertà con la guida di Mosè che nell’alleanza gli dà una costituzione e una sua identità per cui si riconosce “popolo e gregge di Dio”. Non può fare a meno di invocare Dio quale suo «pastore» che lo guida verso i pascoli ubertosi con il bastone (arma di difesa) e il vincastro (strumento di guida) (Sal 22). Dinanzi alla tragedia politica e religiosa si leverà la voce dei profeti che insieme alla critica delle guide del popolo (re infedeli e corrotti) alimenterà la speranza e il sogno  di un “buon pastore” (Ez 34, 1-31).

Non può mancare una parola sulla persona e sulla missione di Gesù Cristo che dinanzi alla situazione del popolo di Israele del suo tempo, che è quella di “un gregge senza pastore” (critica alle autorità religiose e politiche contemporanee) si presenta nel vangelo di Giovanni (10, 1-31) come “pastore bello” (καλός ποιμήν)  autenticato dal fatto che si distingue dai mercenari che non attraversano la porta, che conosce le sue pecorelle, le quali ascoltano la sua voce e lo seguono perché la sua autorità è servizio di amore incondizionato fino al punto di dare la sua vita per la loro sicurezza.

Si capisce anche perché nei confronti di una discussione tra i suoi a chi deve esercitare il potere come “grande” egli decide che a differenza delle autorità politiche che “dominano tra di voi chi vuol essere il più grande si faccia servo di tutti” a somiglianza del “Figlio dell’uomo che è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per il riscatto di tutti”. Egli è del tutto libero tanto da qualificare il re Erode Antipa che lo vuol conoscere “una volpe” della quale non ci si deve fidare a causa della sua astuzia  Si può intravedere anche il deciso rifiuto di una presunta e rivoluzionaria visione “politica” di Gesù di Nazaret nell’imputazione del reato che lo conduce alla morte e che è segnato nel titolo apposto sulla croce: “Gesù Nazareno re dei giudei”. Una regalità derisa, un messia sconfitto nel suo disegno politico di riunire e salvare il popolo di Dio che va oltre le barriere socio-politiche perché è la regalità di un Dio che è padre di tutti gli uomini che non sono più sudditi ma figli.

Una ultima riflessione, sempre rimanendo nell’ambito dell’esercizio dell’autorità necessaria alla vita della comunità, ce la suggerisce l’apostolo Pietro nella sua prima  lettera quando invita i “pastori” (episcopi guide della chiesa) a “pascere il gregge di Dio che vi è stato affidato, sorvegliandolo non per costrizione, ma di cuore secondo Dio, non alla ricerca turpe di denaro, ma con dedizione interiore, e non come se voi foste i padroni della porzione degli eletti, ma facendovi modello del gregge. E quando il pastore per eccellenza si manifesterà, otterrete la corona incorruttibile di gloria”. (1 Pt 5,2-4).
Un cordiale invito a chi si candida alla militanza politica e alle responsabilità amministrative (sindaco, consiglieri, assessori) a soffermarsi anche sull’ottavo capitolo  del «Compendio della dottrina sociale della Chiesa»  che porta il titolo di “La comunità politica”.

Dopo aver delineato gli aspetti biblici con il richiamo alla signoria di Dio sul suo popolo, l’atteggiamento di Gesù nei confronti delle autorità del suo tempo e i rapporti delle prime comunità cristiane  con le autorità, il Compendio della dottrina sociale delinea “il fondamento e il fine della comunità politica” individuato nella “persona umana” (nn. 384-387) e poi specifica che da ciò deriva la finalità di tutelare e promuovere i diritti umani e che la stessa convivenza è basata sull’amicizia civile (nn. 388-392).

Dopo aver indicato popolo quale fondamento dell’autorità politica (n. 393)  il testo si sofferma sui compiti  che la stessa deve svolgere in quanto “forza morale” (n. 396) ma alla quale, oltre la collaborazione per la realizzazione del bene comune col “riconoscere, rispettare e promuovere i valori umani e morali essenziali” (n. 397) e con l’impegno di “emanare leggi giuste, cioè conformi alla dignità della persona umana e ai dettami della retta ragione” (n. 398), è lecito invocare l’obiezione di coscienza (n. 399) per il fatto che “il diritto naturale fonda e limita il diritto positivo”  e quindi deriva la legittimità di resistere all’autorità qualora questa violi gravemente e ripetutamente i principi del diritto naturale” (n. 400).

Entrando a trattare del sistema di governo qualificato “democrazia”, ne specifica i valori e le istituzioni.
Alcuni consigli a chi si impegna nella “rappresentanza politica”:
“Coloro che hanno responsabilità politiche non devono dimenticare o sottovalutare la dimensione morale della rappresentanza….” (n. 410)
“Tra le deformazioni del sistema democratico, la corruzione politica è una delle più gravi, perché tradisce al tempo stesso i principi della morale e le norme della giustizia sociale…”(n. 411)
“La pubblica amministrazione, a qualsiasi livello – nazionale, regionale, comunale – quale strumento dello stato, ha come finalità quella di servire i cittadini.” (n. 412)

Un ultima annotazione è sul rapporto tra Chiesa Cattolica e Comunità politica:
a) viene affermata la natura diversa delle due istituzioni sia per la loro configurazione sia per le finalità perseguite (n. 424)
b) si auspica una loro collaborazione: “L’autonomia reciproca della Chiesa e della comunità politica non comporta una separazione che escluda la loro collaborazione: entrambe, anche se a titolo diverso, sono al servizio della vocazione personale e sociali dei medesimi uomini” (n. 425)

Beh, ho voluto richiamare alcuni pensieri che potranno essere utili non solo alla formazione della retta coscienza politica dei candidati ma anche alla riflessione dei cittadini elettori cui spetta il diritto-dovere del voto che non deve mai tradursi in alibi di disimpegno ma libera e cosciente collaborazione al bene della società politica.

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